Anatomia d’un documentario di storia #2 Medici del Reich II parte

La ricchezza, per così dire, della propaganda cinematografica tedesca sulle questioni razziali mi ha spinto a ragionare sulla coeva azione dell’Istituto Luce, poco affrontata nello specifico da chi ha studiato, in Italia, il razzismo di Stato e la costruzione dell’uomo nuovo nello spazio dell’immaginario collettivo. Ho trovato dunque che l’istituto Luce conserva in realtà pochissimi documenti direttamente ascrivibili all’ambito della propaganda sulla razza. Anche per questo motivo il giudizio degli storici sulla diffusione del razzismo in Italia è stato più clemente di quello riservato alla propaganda tedesca.
Sebbene, infatti, gli audiovisivi siano diventati solo recentemente una fonte storica a pieno titolo, sicuramente nell’immaginario degli studiosi italiani ha agito in modo “positivo” il fatto che in Italia non vi sia stata nessuna produzione nemmeno lontanamente paragonabile a film come Il trionfo della volontà per l’uomo nuovo (1935 Riefenstahl), o, per il modello negativo, Suss l’ebreo (1940 Veit Harlan), o L’eterno ebreo (1940 Hippler) meno noto ma altrettanto importante. Di questa posizione possiamo trovare riscontro autorevole nelle due più importanti storie dell’Istituto Luce: Mino Argentieri, nel classico L’occhio del regime, ha scritto «Il cinema non si intruppò nella gazzarra antisemita degli altri mass media. L’Italia non ebbe il suo Suss, l’ebreo; non un film di fiction, neanche fra quelli dettati dal Minculpop, si lasciò sfuggire la più larvata insolenza razzista antiebraica. Eppure di articoli su gli ebrei e l’industria cinematografica americana ne furono scritti più d’uno, anche sulle riviste che avevano una dignità culturale come “Bianco e nero”». Ernesto G. Laura ha aggiunto qualche anno dopo «Va detto a suo onore che l’Istituto Luce non partecipa alla campagna d’opinione antiebraica. Non esistono servizi nel Giornale né documentari dedicati all’argomento». Il libro citato è Le stagioni dell’Aquila, poi diventato un film documentario con la regia di Giuliano Montaldo. Nessuna propaganda cinematografica per la razza dunque? Di fronte al giudizio di studiosi così autorevoli, e assolutamente non sospettabili di simpatie nei confronti del fascismo, ci sarebbe stato dall’astenersi nel continuare le ricerche.Tuttavia il giudizio di Argentieri così come di chi lo ha seguito risente di quel fraintendimento di cui a lungo è stata vittima la storiografia, insieme al pubblico dibattito italiano, per cui l’unico razzismo era quello antisemita, l’unico uomo nuovo quello nazista. In questo tipo di approccio alla propaganda del ventennio, scarsa attenzione si è prestata a quei materiali audiovisivi che affrontando il tema dell’uomo nuovo indirettamente parlavano agli italiani di una razza imperfetta da “aggiustare”

(qui il resto dell’articolo)

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