Mamme

Come si chiamano le donne che crescono figli che non hanno concepito? Io le chiamo mamme. E anche le loro bambine e i loro bambini le chiamano così.


I disegni vengono tutti da un quaderno che ho fatto per la mia mamma alle scuole elementari.

C’è una cosa che ha scritto Carla Lonzi nel 1970 che mi ha spinto a scrivere il libro, La parola femminista. «Il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come soggetto». Sta in Sputiamo su Hegel, un testo scritto nell’estate del 1970 e pubblicato nello stesso anno da Rivolta Femminile. Un testo militante, in cui Lonzi prende congedo dalla cultura maschile e dalle sue grandi genealogie, Hegel, Marx, Freud, per dire che l’universale non esiste, che ogni storia è una storia di corpi, di differenza.

Il testo si collega al Manifesto di Rivolta Femminile, apparso sui muri di Roma nel luglio del 1970 e firmato ancora una volta da Lonzi e Carla Accardi ed Elvira Banotti. Li leggiamo:

«La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto».

Per capire come tutto questo ha cambiato anche il mio modo di fare ricerca occorre fare un passo indietro, al 2018.

È stato in quell’anno che ho pubblicato un libro, Piccola città, una storia comune di eroina. Un libro che parla della storia di mio padre e della sua generazione. Una generazione segnata dall’uso delle sostanze stupefacenti in modo del tutto inedito.

Illustrazione di Irma Alonzo per Ad occhi aperti https://momoedizioni.it/catalogo/ad-occhi-aperti/

Anche mio padre per una stagione della sua vita ha fatto uso dell’eroina per questo ha frequentato spacciatori, per questo è finito in carcere quando io avevo 15 anni e frequentavo l’unico liceo classico della mia piccola città, cioè Grosseto.

Ora Grosseto, come diceva Francesco Guccini introducendo Piccola città nel suo disco Fra la via Emilia e il west, si percorre da una parte all’altra in venti minuti, figuriamoci se dunque il fatto che mio padre fosse in carcere non l’avrebbero saputo tutti subito.

pagina di diario

Così pensavo almeno io la mattina del 29 settembre 1987 andando a scuola. Mi sentivo addosso un faro, come questo che mi illumina adesso

E pensavo che mi stava accadendo una cosa importante, che avrei in qualche modo rielaborato da adulta. Forse anche per questo ho deciso di studiare storia ma la storia che studiavo io all’università non prevedeva fra le fonti le pagine di un diario di adolescente, lo studio dei soggetti ai margini se non per motivi codificati dalla cultura accademica: la classe per esempio.

Mio nonno operaio lo studiavo, ma mio padre che usava eroina no.

Per questo ci ho messo tanto a trovare il modo di raccontare la sua storia. Mi ha aiutato molto scrivere un altro libro, quello su don Lorenzo Milani e i ragazzi di Barbiana.

Anche in quel caso c’erano gli ultimi, gli esclusi, i bocciati. Passare da loro ai drogati è stato più semplice.

Eppure, anche allora, pur avendo capito che le storie di marginalità si potevano raccontare, anzi, che erano le uniche che volevo davvero raccontare, avevo ancora uno sguardo tarato su un canone in qualche modo tradizionale. Secondo quel canone era, è, degno di storia ciò che accade nella sfera pubblica, non ciò che accade nella sfera privata, personale, quotidiana.

Come si racconta ciò che non sta in un archivio? Ciò che non è mai stato raccontato?

Mi avevano aiutato la microstoria, la storia orale, mi aveva aiutato il lavoro di Carlo Ginzburg e quello di Alessandro Portelli e anche l’emergere di voci come quelle di Emmanuel Carrere o Annie Ernaux che mi insegnavano a dire insieme agli anni, che avevo studiato anche la mia prima persona singolare che raccontava mettendola in relazione a un noi.

Io e Noi: proprio in quel momento tornava a galla nello spazio pubblico, nelle discussioni, nei media, nelle piazze una parola che io e noi le teneva insieme da sempre, la parola femminista. Ma è stato grazie a un laboratorio tenuto da Giusi Marchetta, una scrittrice amatissima che per me tutto è cambiato. Giusi ha chiesto a ognuna di noi di raccontare la pietra e il fiore nelle nostre vite. Pensateci anche voi: una pietra e un fiore che la vostra vita vi ha dato.

La pietra vi porta a fondo, il fiore vi dà vita.

Fino a qualche anno fa avrei risposto che la pietra era stato il carcere di mio padre, il fiore la scuola, che mi aveva dato parole e pensieri per andarmene dalla piccola città.

Stavo per farlo anche quella volta, quando ho messo a fuoco quello che avevo letto in un saggio di bell hooks, Elogio del margine. Lì hooks dice che il margine è allo stesso tempo il luogo della ferita o dell’esclusione ma anche un punto di osservazione per guardare il mondo diversamente, uno spazio di possibilità, di conoscenza, di resistenza. Parlava della casa dove era cresciuta della nonna da cui aveva preso il nome, e della mamma.

E allora ho capito che il margine in cui ero cresciuta non era fatto solo dall’assenza di mio padre, dal carcere, da quello che io avevo sempre pensato come la mia pietra. Era fatto anche dalle donne che erano rimaste.

Che la ferita più grande era stata lo sfratto dalla casa dove con la mia mamma, che la roccia, non il sasso, era stata mia nonna. Che il sasso anche andando a fondo smuoveva ricordi, riportando a galla ciò che era rimasto per troppo tempo sepolto. Il sasso era la parola femminista che mi sarebbe serviva proprio a questo: a ricominciare il cammino da capo in modo imprevisto per percorrerlo con “le mie donne” come soggetto.

Così ho scritto la parola femminista.

Ne la parola femminista c’è un capitolo dedicato alla maternità. Quella di mia nonna, di mia mamma, mia, quella socialmente accettabile e quella, invece, di serie B secondo le vestali dell’utero. Il donnismo, del femminismo, è una patologia antica. Non ha niente a che vedere col separatismo, che è stato, ed è una festa. No il donnismo è lo sciovinismo, il sessismo, di chi, a partire dalla propria differenza, si sente meglio dellə altrə. Vestali del patriarcato poiché ne riproducono i rapporti di potere purtroppo non possiamo ignorarle poiché oggi hanno stretto una salda alleanza fra di loro e si sostengono a vicenda nella politica, nelle redazioni, nell’editoria.

Sono donne che hanno gioito della legge che dichiara la gestazione per altre reato universale, dei provvedimenti volti a ridurre i diritti delle persone (leggi donne) trans, e via dicendo.

Comunque, dicevo, ne La parola femminista c’è un capitolo dedicato alla maternità dove fra le altre cose scrivo che:

“C’è un passo del libro di Sheila Heti, intitolato Maternità, che dice così:

«Questo sarà un libro fatto apposta per impedire lacrime future: per impedire a me e mia madre di piangere. Se sarò abbastanza brava come scrittrice, forse riuscirò a impedirle di piangere. Se presto attenzione alla sua infelicità – se la metto in parole, la trasformo e ci faccio qualcosa di nuovo – posso essere come gli alchimisti, che trasformavano il piombo in oro? Se vendo questo libro, in cambio ne riceverò dell’oro».

Non è compito dei bambini far smettere di piangere le loro mamme. Quando ero bambina, però, non me l’aveva mai detto nessuno e la sera, prima di dormire, spegnevo la luce e immaginavo che un giorno l’oro sarebbe arrivato, e che io avrei potuto regalare a mia madre una casa, che avrei potuto dirle ecco, vedi, questa è la tristezza trasformata in oro.

Non ho mai smesso di pensarlo, non ho mai smesso di cercare di farlo. Anche adesso, mentre vi parlo di questo libro che ho scritto. L’oro non è mai stato una metafora per me, per noi. Ho convissuto tutta la vita con la paura di non avere la terra sotto i piedi, un tetto sopra la testa, e spesso la notte sogno ancora la casa dove ho vissuto da bambina con mia madre, e mi sveglio con la stessa identica angoscia di quando ce l’hanno tolta.

Non è compito dei bambini e neppure delle bambine, eppure i bambini e le bambine questo compito se lo portano sulle piccole spalle e nei minuscoli cuori da che mondo è mondo, perché la madre che dà vita, la madre che si prende cura di te e ti cresce e non chiede niente in cambio non esiste nemmeno nel giardino del re.

E i bambini e le bambine lo sanno.

Nessuno mi ha mai detto come ti ho fatto ti disfo

Ma certo adesso da adulta riguardo alla bambina che sono stata e vorrei abbracciarla eppure pur rimanendo fedele alla bambina che sono stata, cerco di guardare con gratitudine allo sforzo di mia nonna, di mia madre, di liberarsi da un ordine senza impormene un altro.

È stato difficile, ma è stato, è ancora bello.

Anche da madre di due figlie adesso grandi, grandissime anzi.

Per molte donne, ma anche per molti uomini, per molte persone, la maternità coincide con la gestazione, la nascita, il parto. Per me è iniziata dopo: da figlia, nella relazione con due donne, mia madre e mia nonna; da mamma, nella relazione con due bambine, Alice e Anita.

La scommessa sulla diversità che noi umani facciamo quando mettiamo al mondo qualcuno

Non c’è utero che tenga, o forse ognuno di noi può essere utero, nido, spazio di cura e amore e protezione, fonte di ispirazione e modello. Nemmeno la parola «madre» serve a capovolgere il mondo, se torna a indicare esclusivamente il rapporto biologico fra due esseri viventi e non quello affettivo, situato, fatto di corpi.

Come si chiamano le donne che crescono figli che non hanno concepito? Io le chiamo mamme. E anche le loro bambine e i loro bambini le chiamano così”.

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