La pace non è il contrario della guerra

Sul Corriere della sera di oggi Ernesto Galli della Loggia ha scritto un articolo nel quale a suo dire spiegherebbe quali sono le radici del pacifismo italiano. Vediamo perché è tutto sbagliato.





Il primo problema è l’uso della Costituzione. Galli della Loggia contrappone articolo 11 e articolo 52 come se il secondo smentisse il primo. Ma l’articolo 52 non dice che «la guerra» è un sacro dovere. Dice che «la difesa della Patria» è sacro dovere del cittadino. Non è la stessa cosa. La difesa può essere militare, ma nella storia repubblicana è stata pensata anche come difesa civile, democratica, costituzionale, antifascista. Scambiare la difesa con la guerra è già un’operazione che non so nemmeno come definire. Peraltro come ci insegnano i costituzionalisti e gli storici e le storiche delle istituzioni la nostra Costituzione non è come quella americana, gli articoli che vengono dopo i principi fondamentali si appoggiano su essi e non possono essere letti come a sé ma come esito (ma questa destra ha questo vizio lo fa pure con il merito e l’articolo 3)

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Il secondo problema è la caricatura del pacifismo (e la confusione con la nonviolenza). Dire che «essere contro la guerra non vuol dire nulla» è una formula retorica che non dice niente. Essere contro la guerra, nel Novecento, ha voluto dire molte cose e molto molto concrete: anche andare a morire contro i fascisti come hanno scritto molti condannati a morte della Resistenza europea, e poi opporsi all’arma atomica, e chiedersi la differenza fra obbedienza e responsabilità, difendere il diritto alla disobbedienza, rifiutare l’idea che lo Stato possa sempre disporre dei corpi dei cittadini, costruire forme di difesa non armata, contestare l’escalation militare, denunciare la produzione industriale di armi.



Il terzo punto è la genealogia. Il pacifismo italiano non nasce come appendice del PCI. Anzi, molte sue figure decisive stanno fuori dai partiti, o ai margini dei partiti: sono quelle legate al movimento nonviolento che come giustamente osserva Antonio Vigilante non coincidono ocn il pacifismo, Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Lorenzo Milani, Ernesto Balducci, Giorgio La Pira, don Primo Mazzolari, ma anche Alexander Langer, e poi i movimenti per l’obiezione di coscienza, il disarmo nucleare, Comiso, gli euromissili cioè il pacifismo più recente.

Certo, il PCI ha avuto un ruolo nella mobilitazione per la pace, soprattutto in alcune fasi della guerra fredda, ma sono state mobilitazioni spesso equivoche dato l’appoggio all’URSS e i pacifisti lo sanno bene, l’hanno sempre saputo, anche dentro al PCI.



Il quarto punto è internazionale. Il pacifismo italiano del secondo dopoguerra è in dialogo con il mondo. Hiroshima, Nagasaki, la guerra fredda, il processo Eichmann, la riflessione di Hannah Arendt sulla responsabilità, Günther Anders, Bertrand Russell, Erich Fromm i movimenti statunitensi e tedeschi contro l’atomica: tutto questo è molto più importante della riduzione al riflesso filosovietico e non saperlo o far finta di non saperlo credo sia gravissimo.

Il quinto punto è il più politico: Galli della Loggia rende il dissenso una patologia. Chi non aderisce alla logica del riarmo o dell’intervento militare viene descritto come malato di una «sindrome», come affetto da viltà, disprezzo di sé, incapacità di osare.

Perché GdL scrive oggi questo articolo? perché dice che al fondo del pacisfismo italiano c’è :

” un sentimento di disprezzo di sé: così forte che paradossalmente — con un’inversione psicanaliticamente spiegabilissima perché utile ad autoassolversi — esso si tramuta in un larvato disprezzo, di cui abbiamo prova ogni giorno, per chi come il popolo ucraino, invece, la guerra la fa e si batte con eroismo inesauribile in difesa della propria libertà. Ma verso questo eroismo dal pacifismo italiano si alza un muto rimprovero: «Come osano costoro fare ciò che noi non vorremmo fare mai? Come osano avere quel coraggio che noi abbiamo deciso di non avere, che sappiamo di non avere?»”



Si può riconoscere pienamente il diritto del popolo ucraino a difendersi dall’aggressione russa e, nello stesso tempo, interrogarsi sul modo in cui l’Europa costruisce la propria risposta. Si può rifiutare l’invasione e non accettare che ogni dubbio sul riarmo venga liquidato come codardia. Si può stare dalla parte degli aggrediti senza rinunciare a chiedere quali siano gli obiettivi politici, diplomatici e militari di lungo periodo. Anche questa è responsabilità. Il pacifismo non è mai stato dire che schifo la guerra ma sempre dalla presa di coscienza che il tema dell’obbedienza riguarda tutti.

Il pacifismo italiano non è solo figlio della disfatta. È figlio di Hiroshima, di Auschwitz, di Eichmann, della guerra fredda, dell’obiezione di coscienza, della decolonizzazione, della nonviolenza, dei movimenti internazionali contro l’atomica, delle lotte educative e civili del secondo Novecento e del movimento delle donne. Tutti soggetti politici che hanno avuto collettivamente e singolarmente molto più coraggio di chi oggi predica l’ennesimo armatevi e partite.

Abbiamo già dato.



(alcuni riferimenti nel bellissimo libro di Marco Labbate https://www.mondadorieducation.it/disobbedire-e-non-combattere-lobiezione-di-coscienza-al-servizio-militare-nellitalia-repubblicana/)

anche la ricostruzione di Christian Raimo

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