Il linguaggio mirato degli atti feroci

«Questo libro parla di una serie di atti di violenza pubblica in Italia e nelle sue colonie dall’unità a oggi. Parla di battaglie, repressioni armate di proteste interne, massacri di civili oltremare, esecuzioni sommarie in tempi di guerra, spedizioni punitive, stupri di massa, esposizioni pubbliche di cadaveri nelle strade, terrorismo, stragi, omicidi mafiosi e raid di ‘giustizieri’ razzisti contro stranieri. E parla soprattutto di come questi atti violenti hanno funzionato come comunicazioni e di come a loro volta sono stati comunicati».
Così David Forgacs, professore di storia italiana alla New York University, presenta il suo ultimo lavoro: Messaggi di sangue. La violenza nella storia d’Italia (Laterza, pp. 392, euro 25). Se nel suo precedente studio aveva guardato alla costruzione culturale della marginalità geografica e sociale, questa volta Forgacs si misura con uno dei tratti caratteristici della storia italiana, cioè la violenza.

IN OGNI CAPITOLO, narra un singolo evento particolarmente significativo, o un breve arco temporale nel quale hanno avuto luogo uno o più atti violenti e indaga su come questi atti «abbiano funzionato da messaggi rivolti sia alle vittime sia ai testimoni, se presenti».
Quello della violenza è un linguaggio, e Forgacs ne analizza e ricostruisce il sistema comunicativo. Per questo, nel suo studio, grande importanza ha il racconto del modo in cui i vari mezzi di comunicazione hanno poi tradotto gli atti stessi e «trasmesso, distorto o censurato le informazioni sugli atti violenti ad altre persone, lontane da quegli atti» in un gioco di specchi fra realtà storica e sua rappresentazione nei media e nella memoria collettiva».

COSA È LA VIOLENZA, si domanda lo storico inglese all’inizio del libro? Sicuramente una realtà proteiforme, strutturale a certe istituzioni, immateriale quando fatta di parole, tremendamente concreta quando si valutano le sue ricadute sulla vita delle persone. L’Organizzazione mondiale della sanità ha definito la violenza contro gli esseri umani come «l’utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro sé stessi, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità». La definizione può servirci come punto di partenza in quanto connette esplicitamente la violenza con il potere e stabilisce che questa deve essere intenzionale, e agire in una situazione di assenza di consenso da parte del soggetto su cui è agita.

DALLE BARRICATE DEI MOTI del pane di Milano, sulle quali morirono almeno 200 manifestanti per mano del «feroce» generale Bava Beccaris, come recita una delle più note canzoni di lotta che nascono intono all’evento, ai soldati messi davanti al plotone di esecuzione per diserzione durante la prima guerra mondiale. «Tra tutti i modi in cui C.F., un contadino della provincia di Arezzo, avrebbe potuto immaginare la propria morte, è difficile che vi fosse quello di essere fucilato a venticinque anni da un plotone di esecuzione italiano».
E se non colpiscono più, in termini storiografici, perché note, le violenze sistematiche operate dai fascisti nei confronti dei deputati socialisti e comunisti fra il 1920 e il 1921, si rimane ancora interdetti di fronte alle efferate stragi dei militari italiani in Etiopia, banco di prova a sfondo razziale di futuri massacri perpetrati durante la seconda guerra mondiale.
Gli stupri di guerra offrono a Forgacs la possibilità di analizzare il diffondersi di uno stereotipo che sopravvive alla fine del conflitto e mondiale e arriva fino a tempi recentissimi, quello del marocchino stupratore e dell’italiano innocente.

RIGUARDO AL DOPOGUERRA, si sofferma sulla questione «anni di piombo», cioè su quel grumo complesso che tiene insieme verità storiche ineludibili, «tra il 1969 e il 1982 vi furono 1173 atti di terrorismo attribuibili a gruppi che si rifacevano a ideologie di sinistra e 2925 atti di matrice neofascista», ma anche decenni di rappresentazioni distorte che hanno messo in secondo piano la «centralità dello stragismo nella spirale della violenza, con i depistaggi giudiziari che hanno nascosto per decenni i veri architetti delle stragi e il loro motivo di fondo: prevenire l’ascesa al potere del Partito comunista». Inoltre, aggiunge lo storico, la concentrazione della memoria sul terrorismo ha avuto l’effetto di mettere in ombra la violenza da parte dello stato contro i militanti e fra i militanti stessi.
Forgacs ricostruisce anche alcuni aspetti della violenza mafiosa attraverso la riflessione intorno al concetto di spettacolarizzazione della violenza che la criminalità organizzata consapevolmente mette in scena fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta.

UNA RAPPRESENTAZIONE così ben allestita che Letizia Battaglia, a un certo punto, riflette sul disgusto che le provocano le sue stesse fotografie, inconsapevoli messaggere della lingua della mafia: «Ho sognato spesso di bruciare i miei negativi di cronaca nera degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Per disgusto, forse per disperazione. Per annullare dalla mia vista lo schifo che aveva vissuto Palermo, che vive ancora la mia Palermo. Facevo le foto che mi chiedevano e cercavo di realizzarle con tutto il rispetto possibile, ma purtroppo la violenza era una realtà quotidiana così assillante da far dimenticare ogni altro significato di bellezza della vita. Ora queste foto entrano nei musei e questo mi sembra strano, surreale».
Il libro si chiude con quello che, a conti fatti, è il più incomprensibile evento fra tutti quelli narrati, cioè Genova 2001. Scrive Forgacs: «La reazione smisurata della polizia e dei carabinieri in quei giorni rimane un enigma ancora da sciogliere». Poi mette in fila dati e rappresentazioni, lasciando l’amaro in bocca per quanto poco è stato fatto, in sede istituzionale, per dare una spiegazione plausibile a tanta violenza.
Secondo Ernest Renan, citato da Forgacs in apertura del libro, «l’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità». Per fortuna i quasi due secoli passati dalla riflessione di Renan non sono trascorsi invano, la ricerca storiografica ha fatto enormi passi avanti nel disseppellire gli scheletri dall’armadio della nazione, e questo di Forgacs è un ulteriore, importante, tassello di questo scavo.

uscito su il manifesto il 29 aprile 2021

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