Lettera aperta a un giornale della sera sul 25 aprile

Caro Marco Cianca,

leggo il tuo articolo sul 25 aprile mentre, in treno, sto andando a Marzabotto.

Ho deciso infatti di trascorrere lì, quest’anno, il giorno della Liberazione. L’ho deciso per tanti motivi, non ultimo il fatto che a Monte Sole si presenteranno nuovi documenti sui processi ai criminali responsabili delle stragi del 1944, processi le cui sentenze, emesse in anni recenti, troppo recenti, non sono mai state eseguite.

Ho preso il treno, dunque, perché qualcosa di vivo e tremendamente attuale ancora mi lega, ci lega a quella storia, nessuna muffa, nessuna retorica, ma storie di persone tenute in vita da storici, familiari, avvocati e giornalisti che ho trovato uniti in una sala gremita di giovani e anziani, in uno dei giorni di pioggia più bui e tristi che io abbia mai visto a fine aprile.

L’ho fatto perché di mestiere mi occupo proprio di raccontare la storia e mi interessa stare nei luoghi dove le cose accadono anziché seduta in redazione a commentare lo spirito triste dei tempi nei quali ci troviamo a vivere, perché in effetti un po’ devo darti ragione, viviamo in tempi bui, come scriveva il poeta.

Cosa dici, infatti, sulle pagine del quotidiano per il quale lavori da tanti anni?

Scrivi che il 25 aprile “Il giorno dell’insurrezione di Milano, l’ultimatum «arrendersi o perire» intimato ai tedeschi e ai fascisti, Benito Mussolini che fugge dopo l’incontro con i capi della Resistenza che gli chiedono la resa senza condizioni. È il giorno scelto come simbolo della libertà e della rinascita democratica dopo gli anni della dittatura. Un giorno di festa. Un giorno di felicità, di orgoglio, di coesione nazionale. Così doveva essere, così non è stato”. Hai ragione. Ragione da vendere, anzi. E ti ringrazio per questo bellissimo incipit.

Se almeno l’anno scorso le istituzioni si erano avventurate per l’anniversario dei 70 anni in unacampagna discutibile ma che almeno faceva parlare quest’anno niente. La noia, senza neanche la retorica, solo un basso profilo che disvela nei fatti che il tempo è passato e che è sbiadito il senso del giorno della Liberazione (e il servizio di Report fa molto riflettere sul ruolo che la scuola ha avuto n questa perdita di senso, un’inchiesta de Il Fatto sul senso della Liberazione per i giovani vale la pena di essere letta).

Mi permetto di rivolgermi a te perché sei uno dei pochi che ha provato a ragionare su questa triste fenomenologia. La stampa nazionale ha brillato, quest’anno, per un silenzio costellato qua e là di qualche recensione, e pure il tuo articolo non lo avrei notato se Marcello Veneziani non ne avesse parlato a Pagina Tre, poiché derubricato alla voce Sentimenti (perché?).

Ragioni nel tuo articolo sui motivi che questo disamore hanno generato, li indichi chiaramente e su questi, devo dire, non mi trovi d’accordo. Provo a spiegarti perché. Partendo dal primo punto che tu sollevi, quello dell’assenza di una memoria condivisa del 25 aprile.

Memoria divisa o delle colpe della sinistra. È vero, i vincitori si sono divisi, e i vinti loro no non si sono dati ragione di esserlo. La Liberazione non è ancora, non è mai stata un valore assoluto. Ma tu dici, “è colpa della sinistra”. La butti lì questa frase, come se fosse un dato storico inoppugnabile e non una tesi da dimostrare, con fonti alla mano e citando tutti gli studi che a tal proposito sono stati fatti. Perché di studi, su questo, ce ne sono tanti. A partire da quello, bellissimo, di John Foot, sulle memorie divise in Italia, o quello, altrettanto bello, di Sergio Luzzatto, sulla fine dell’antifascismo, o di Santo Peli, sulla Resistenza nella storia d’Italia. Ma non voglio fare un elenco. E’ colpa della sinistra. Sinistre queste parole riecheggiano un leitmotiv degli ultimi trent’anni. E’ vero la sinistra, ma diciamo i nomi e i cognomi perché li sappiamo, il PCI ha esercitato sulla Resistenza quella che è stata definita altrove una memoria possessiva. E sono stati anche studiosi come Claudio Pavone che tu citi, ma potremmo citarne tanti altri, a liberare la storia da una cappa di conformismo resistenziale, come ha scritto per ultimo Phil Cooke nel suo bel libro sull’eredità della Resistenza.

Molti, per inciso, studiosi di “sinistra”. Allora è proprio questo il problema? La retorica resistenziale del Partito Comunista? Ma il PCI non c’è più da tanti anni, e non si può certo dire che il partito suo erede abbia brandito la Resistenza come un’arma di battaglia politica. No, proprio no.

Il discorso pubblico degli ultimi trent’anni non è stato “forgiato” dalla sinistra.  E allora da chi? Sarebbe interessante per esempio fare uno studio approfondito sull’opera di divulgazione della storia contemporanea in generale, e della resistenza, in particolare, della grande stampa nazionale, non credi? Scrivi: “Una valanga di retorica ha seppellito ogni riflessione”. Bene, hai ragione, ma io credo che la retorica più grande degli ultimi anni sia quella che dà colpa di ogni fenomeno culturale e di memoria pubblica di questo paese, alla sinistra, una sinistra che non c’è più, così, in modo generico, senza spiegare, senza indicare, per poi dimenticarsi di tutto il resto, del presente, della scuola, delle nostre responsabilità generazionali. Non sei d’accordo con me?

De Felice negletto. Poi ci sono le cose che no, non si possono accettare più perché molto semplicemente non sono vere. Ovvero il fatto che gli studi di Renzo De Felice siano stati negletti, ignorati o confutati. Scrivi “Intanto Gli studi di Renzo De Felice sul consenso del regime, la constatazione che il fascismo era fenomeno di massa, sono stati, almeno all’inizio, ignorati o confutati”. All’inizio quando? Vuoi dire nel 1965 quando è uscito il primo volume della biografia di Mussolini,  l’anno nel quale, proprio grazie allo studio di De Felice la discussione sul fascismo ha fatto un grande passo in avanti nella ricezione dei mezzi di informazione di massa, tv e stampa compresa? Oppure ti riferisci al 1975, quando è uscita l’intervista sul fascismo? L’anno nel quale la Rai mandò in onda un faccia a faccia fra Denis Mack Smith e De Felice sul libro che videro milioni di persone che poterono formarsi, così, liberamente un’opinione sulle tesi dei due importanti studiosi?

Ti ho fatto solo due esempi ma protrei fartene decine di altri. Perché le tesi Renzo De Felice sono state sempre discusse e riportate entro l’arena pubblica. Giustamente, aggiungo. Ma dire che è stato negletto, be’, questo proprio non si può. Forse volevi dire allora che alcuni storici hanno volutamente ignorato il suo punto di vista? Hai ragione, qualcuno può averlo fatto, nei suoi studi può non averlo citato, ma certo sai anche quanto contano gli storici nella formazione di un’opinione pubblica nazionale? Poco, te lo assicuro. Molto di più valgono i giornali e la tv. E questi, ti assicuro, non hanno mai messo da parte il professor Renzo De Felice.

Una guerra civile. Che la guerra di liberazione sia stata anche una guerra civile non lo nega più nessuno almeno dagli anni Novanta, cioè dall’uscita del mastodontico studio di Claudio Pavone – che poi vorrei sapere davvero chi lo abbia letto fino in fondo, con le sue 825 pagine.

Ma quello che ha scritto Claudio Pavone non si traduce, da un punto di vista istituzionale, nelle parole di “pacificazione delle memorie” auspicata da Violante, come tu suggerisci.

Scrivi infatti “Fu una guerra civile, ha cercato di dimostrare lo storico Claudio Pavone. E anche Luciano Violante, quando ammonì che bisognava farsi carico delle motivazioni dei ragazzi di Salò, fu guardato con sospetto e rimase una voce isolata”. E infatti aggiungi: “Non si tratta di mettere sullo stesso piano torti e ragioni, la verità e la giustizia stavano da una sola parte, quella dei partigiani, quella delle donne e degli uomini che hanno ridato dignità all’Italia, ma non sforzarsi di capire fino in fondo le radici e le storie di chi aveva combattuto dalla parte sbagliata e usare il 25 aprile come una clava politica e propagandistica ha prodotto effetti nefasti”.

Anche questo è stato fatto, programmi come Combat film per esempio, tanto discussi al momento della loro messa in onda nel 1994, hanno proprio agito sulla dimensione pubblica nel senso che tu auspichi e da allora, infatti, nessuno si è più vergognato di dichiarare in tv il proprio passato fascista. Su questo anche si è discusso tanto ma forse vale la pena continuare a farlo se, leggo nei commenti al tuo articolo, ancora in molti considerano il 25 aprile come una iattura.

Ma ancora una volta mi chiedo e ti chiedo: sicuro che a produrre quelli che tu stesso chiami “effetti nefasti” sul presente siano stati l’utilizzo del 25 aprile come una clava politica (fenomeno ascrivibile a qualche decennio fa), o piuttosto il contrario: usare come una clava politica per 25 anni un antipartigianismo militante – quello sì, incontrollato, tanto da creare, come ha scritto Sergio Luzzatto, un vero e proprio decalogo del post-antiantifascismo.

Tralascio il passaggio nel quale scrivi di Berlusconi, e ti do ragione sull’incapacità di alcune associazioni di rendere la Liberazione una festa inclusiva. “Un pugno di imbecilli che i partigiani, quelli veri, avrebbero preso a calci nel sedere”. Sono d’accordo.

A chi spetta dunque oggi ricordare? Concludi, tristemente: “Adesso arriva questo settantunesimo anniversario. Arriva in un’Italia indifferente, che attaccherà il lunedì alla domenica per un altro ponte. Arriva in un’Italia divisa, cinica, litigiosa. Arriva in un’Italia nella quale le voci calde e appassionate dei protagonisti e dei testimoni dell’epoca stanno via via scomparendo. Incombe il rischio di un nebuloso oblio squarciato solo da freddi appuntamenti istituzionali”.  Mentre scrivevo questa lettera aperta il treno è arrivato a Marzabotto, sono salita a Monte Sole e ho assistito a un appuntamento istituzionale che freddo non è stato affatto.

Come promesso sono state presentate le ragioni per cui nessuno, e dico, nessuno dei condannati all’ergastolo per i crimini di Monte Sole, Sant’Anna Di Stazzema e delle altre centinaia di stragi del 1944, ha passato neanche un giorno in carcere.

Vedi che non c’è niente di retorico e polveroso in tutto questo: perché le sentenze che negano l’ammissibilità dei processi terminati in Italia nel 2008, sono del 2013, e perché appena un mese fa a un condannato all’ergastolo per la strage di Monte Sole è stata conferita una medaglia al valore civile da parte dell’ignaro sindaco del comune nel quale risiedeva da anni, dove, pensa, aveva fatto il consigliere per l’ SPD. E questo è stato possibile perché la Germania non riconosce, di fatto, la validità delle sentenze italiane.

Storie vive, che ci riguardano e riguardano il sistema della giustizia in Europa, oggi, ora, qui. Per questo non ho trovato niente di stantio, per esempio, nell’intervento di Cesare Zucconi, presidente di Sant’Egidio, che ha parlato della necessità di un’Europa più giusta, dove il diritto sia un diritto condiviso, perché il diritto condiviso oggi, più della memoria, aiuta a creare un humus possibile per compiere il progetto antifascista che celebriamo il 25 aprile.

Non c’è pace senza giustizia. Non è retorica questa, è azione politica. È quello che hanno fatto i partigiani, e che in tanti oggi pensiamo debbano fare sempre gli altri perché noi siamo troppo presi a lamentarci dei tempi tristi nei quali viviamo.

Nel Castello dei destini incrociati Italo Calvino racconta il meccanismo attraverso il quale la ricerca storica diventa memoria pubblica, lo fa in una pagina non a caso usata da Andrea Speranzoni, avvocato di parte civile del processo per Marzabotto in un suo libro sulle stragi dimenticate: “Il filo della storia è ingarbugliato non solo perché è difficile combinare una carta con l’altra ma anche perché ogni nuova carta che il giovane cerca di mettere in fila con le altre ci sono dieci mani che s’allungano per portargliela via e infilarla in un’altra storia che ciascuno sta mettendo su, e a un certo punto le carte gli scappano da tutte le parti e lui deve tenerle ferme con le mani, con gli avambracci, coi gomiti, e così le nasconde anche a chi cerca di capire la storia che sta raccontando lui. Per fortuna tra tutte quelle mani invadenti ce n’è anche un paio che gli viene in aiuto a tenere le carte in fila, e siccome sono mani che come grandezza e come peso ne fanno tre delle altre, e il polso e il braccio sono grossi in proporzione, e così la forza e la decisione con cui s’abbattono sul tavolo, va a finire che le carte che il giovane indeciso riesce a tenere insieme sono quelle che restano sotto la protezione delle manone sconosciute, protezione che non si spiega tanto con l’interesse per la storia delle sue indecisioni quanto col casuale accostamento d’alcune di queste carte in cui qualcuno ha riconosciuto una storia che gli sta più a cuore cioè la sua propria”.

Noi che lavoriamo nei mezzi di comunicazione siamo le mani grandi che decidono quali carte mostrare, non siamo gli unici certo, ma possiamo tanto nel far emergere uno sguardo piuttosto che un altro sul passato che poi è sempre uno sguardo sul presente.

Concludi con una tirata che ricorda Franco Battiato, per non dire Piercamillo Davigo. Povera patria corrotta “Abbiamo davanti a noi un’Italia senza fede, incredula, come sempre, in cui dilaga la corruzione, la sfiducia negli ideali, la rassegnazione di fronte al fatto compiuto, la furberia e lo spirito di sopraffazione del più forte sul più debole. Non sono morti per questo coloro che oggi commemoriamo». Parole pronunciate da Norberto Bobbio il 25 aprile del 1961. Che direbbe, Bobbio, in questo 25 aprile 2016”.

Ecco io credo che ci direbbe: non domandarti cosa il 25 aprile può fare per te, ma cosa puoi fare tu, ogni giorno, per il 25 aprile.

Buona Liberazione.

 

Pubblicato su minima&moralia il 26 aprile 2016

 

 

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