L’armadio della vergogna (1 parte)

“Via il segreto di Stato su 13.000 pagine che raccontano i crimini commessi dai nazifascisti durante la seconda guerra mondiale. È questo il nuovo e importante capitolo nel percorso di trasparenza avviato a Montecitorio, di cui sono contenta perché un Paese veramente democratico non deve avere paura del proprio passato”, scrive il 16 febbraio Laura Boldrini sulla sua pagina Facebook.Di cosa parla? In estrema sintesi annuncia il fatto che sono stati aperti e resi consultabili online, “sul sito dell’Archivio storico della Camera dei deputati, i documenti relativi ai 695 fascicoli del cosiddetto ‘armadio della vergogna’”. Armadio, aggiunge Boldrini: “ritrovato in modo fortuito nel 1994 in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi, sede della Procura generale militare, e contenente denunce archiviate provvisoriamente e poi occultate”. E ancora, non senza un certo lirismo: “Quelle pagine ingiallite, a volte con il timbro «SECRET» stampigliato in copertina, riguardano episodi importanti della nostra storia: ci parlano di 15.000 persone, di stragi come Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Marzabotto, Monchio e Cervarolo, Coriza, Lero, Scarpanto, degli eccidi dell’alto Reno”.

“Sull’anomala scomparsa di questo materiale – dice ancora – ha lavorato, dal 2003 al 2006, una specifica Commissione d’inchiesta. Adesso, oltre ai resoconti pubblici delle sue sedute, ogni cittadino interessato potrà accedere da http://archivio.camera.it/ anche ai documenti desecretati”. Evviva.

La storia è nota.
La storia del cosiddetto armadio della vergogna è nota, o meglio esiste una nota versione che conosciamo tutti. La stessa che riporta il presidente della Camera nel suo comunicato: “ritrovato in modo fortuito in uno sgabuzzino” l’armadio contiene fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste compiute in Italia nel 1944, ma non solo – c’è infatti, fra quelle carte ingiallite, anche il fascicolo su Cefalonia, per fare un solo esempio.

In queste stragi sono stati brutalmente uccisi 15.000 italiani, uomini, donne bambini, civili nella gran parte dei casi, secondo uno schema che è quello dello “stato d’eccezione”: definito da Carl Schmitt, poi ripreso da Giorgio Agamben, “un vuoto giuridico, una sospensione del diritto paradossalmente legalizzata” (Agamben) che “impone di sospendere il rispetto delle leggi scritte e di dedicarsi con tutte le forze al superamento della situazione stessa” (Schmitt). Dunque, durante la guerra, secondo la logica nazista, la lotta contro i partigiani, combattuta sospendendo ogni legge scritta, applicando in modo sistematico e preventivo la strage per terrorizzare e disumanizzare la resistenza italiana.

Montesole, Sant’Anna di Stazzema, Civitella Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, e ancora tante altre stragi più o meno note, tutte accomunate da un unico criterio ispiratore per quanto riguarda la loro esecuzione, ma anche dal fatto che dopo la guerra ci si è voluti in fretta dimenticare di loro, voltare pagina, condannando pochi colpevoli e sospendendo le indagini su tutti gli altri attraverso un meccanismo giuridico inesistente, ovvero quello dell’”archiviazione provvisoria” decisa nel 1960 dall’allora Procuratore generale militare Enrico Santacroce: provvedimento “sostanzialmente illegittimo”, poiché non previsto dall’ordinamento italiano, provvedimento che di fatto sottrae alla società la possibilità di istruire un processo.
Su ogni fascicolo, così, viene scritto: “poiché non si sono avute notizie utili per l’identificazione dei loro autori e per l’accertamento delle responsabilità (si) ordina la provvisoria archiviazione degli atti. Roma 14 gennaio 1960”.

Esistono ormai numerosi studi sui motivi che hanno spinto Santacroce ad archiviare i fascicoli raccolti dalla magistratura nell’immediato dopoguerra al fine di processare i colpevoli: studi che ne ricostruiscono l’aspetto giudiziale come quello di Marco De Paolis ed Andrea Speranzoni; studi, come quello di Mimmo Franzinelli, che affronta il problema della rimozione dei crimini; studi come quelli diCarlo Gentile, Paolo Pezzino e Luca Baldissarra, Giovanni Contini,Toni Rovatti e tanti altri storici e storiche che attraverso il racconto delle singole stragi hanno restituito anche l’iter giudiziario che le ha seguite, e l’elaborazione del lutto, la difficile memoria, l’uso pubblico che ne è stato fatto. Al punto da poter tranquillamente affermare che per quanto riguarda almeno questo aspetto, oggi, c’è assai poco da scoprire e l’annuncio dato da Boldrini è in qualche modo il punto finale di una presa di coscienza e di ricerca storiografica e non l’inizio di qualcosa di nuovo.

Eppure… eppure colpisce l’enfasi ancora una volta posta sull’aspetto top secret, nascosto di documenti invece da anni al vaglio degli studiosi e delle commissioni parlamentari incaricate di studiarli. Perché?

Il dito e la luna
Facciamo un passo indietro. Torniamo a quel 1994 e al famoso “rinvenimento casuale” dell’armadio della vergogna.

Il 7 maggio i quotidiani italiani annunciano il ritrovamento in Argentina di Erich Priebke, braccio destro di Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle fosse ardeatine nel 1946. Su Priebke pende un mandato di cattura. Malgrado ciò il criminale nazista non viene scovato da investigatori italiani ma da un giornalista americano che ha ricevuto la segnalazione della sua residenza in Argentina dal centro Wiesenthal di Los Angeles.

In Italia in effetti si è occupati a pensare ad altro: nell’agone pubblico si prediligono altri temi storici. È appena andata in onda la prima puntata della celebre serie Combat Film e sotto l’occhio dei media stanno ora le “colpe” dei partigiani, mentre i “ragazzi di Salò” vengono ricordati come giovani che hanno sbagliato. Un “volemose bene” generale auspicato da diversi politici per i quali il passato, come la notte in cui i gatti sono tutti neri, diventa terreno di incontro fra destra e sinistra; è in questo clima che si conia l’idea che possa esistere non solo una storia ma anche una “memoria condivisa”.

Il ritrovamento di Priebke arriva a disturbare questo scenario. Priebke è inequivocabilmente dalla parte sbagliata, e non si può neanche fare finta di niente: ci si indigna molto, e si chiede subito a gran voce l’estradizione per poter fare un processo in Italia. Come spesso accade è una vignettista, in questo caso Ellekappa, a riassumere in una fulminante icona, lo zeitgeist:

Da «L’Unità» dell’8 maggio 1994

Gianfranco Fini ha infatti da poco pronunciato la frase “Mussolini il più grande statista del Novecento”, così, per quella costruzione culturale che è stata il mito del “cattivo tedesco e del buon italiano” si riesce a trovare normale che si sia proprio un governo guidato da post fascisti a doversi occupare del caso Priebke: in quel maggio del 1994 non si fa che parlare di quanto sia cattivo Priebke da un lato e quanto lo siano stati però anche i partigiani che hanno ucciso ed esposto Mussolini a piazzale Loreto.

E ora attenti: il ministro degli affari esteri è Antonio Martino, tessera n. 2 del neonato movimento Forza Italia, figlio di Gaetano Martino, a sua volta ministro degli affari esteri, dal 19 settembre 1954 al 6 maggio1957. Ricordatevi queste date.

Torniamo al maggio del 1994: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi assicura che il governo eserciterà ogni pressione per riportare Priebke in Italia. Ma il 9 gennaio del 1995 dall’Argentina arriva secca la risposta: nessuna estradizione e richiesta di far tradurre in spagnolo le 180.000 pagine racchiuse nei fascicoli del processo del 1946. Si pensa a un insabbiamento e a una mancanza di collaborazione da parte del governo argentino, ma nel novembre del 1995 si arriva all’estradizione di Priebke in Italia e all’inizio del processo.

Se ne occupa la Procura militare di Roma guidata dal magistrato Antonino Intelisano: a lui per competenza territoriale è affidato il processo sulle Fosse Ardeatine per il quale Priebke è indagato (sullamemoria del processo). Poiché sul criminale nazista pende un mandato di cattura il magistrato va a cercare le carte che lo riguardano e, vuole la tradizione, le trova in un armadio, all’interno di uno sgabuzzino, con le ante rivolte verso il muro in uno scantinato di Palazzo Cesi.

L’armadio della vergogna.

 

(qui l’articolo su La Ricerca)

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