Intendersi bene sulla “scuola seria”

GIANNI RODARI su PAESE SERA rubrica A porte aperte                                

12 febbraio 1978

Bisogna riconoscere che la questione del “sei garantito” è cominciata da un puro e semplice falso giornalistico, cioè con la notizia – assolutamente non vera – che in una scuola secondaria di Milano da tre anni vigeva la promozione assicurata per tutti, studiassero o non studiassero, frequentassero o non frequentassero. Dopo un paio di giorni di questa favoletta, trattata in toni quasi folcloristici, venne fuori la verità: quel “sei garantito” era solo una rivendicazione studentesca; e nemmeno di tutti gli studenti, ma solo dei cosiddetti “autonomi”; i quali poi, anche nei più terribili istituti di Roma e di Milano, quelli a cui la gente non può pensare senza rabbrividire, sono una netta minoranza: rozza, incolta, violenta, ma sempre minoranza. Anzi, anzi, ad ascoltarli con un minimo di attenzione, perfino gli “autonomi”, quando chiedono il “sei garantito”, non parlano del tutto sul serio: la richiesta ha piuttosto un carattere provocatorio e simbolico. Un sasso gettato nello stagno, per vedere cosa succederà, quali onde si allargheranno in cerchio, quali ranocchi salteranno, quali si metteranno a gracidare.

 Parallelamente, intanto, qualcuno si presterà a far risuonare amplificato il sospiro di dolore di tanti insegnanti delle elementari e della media inferiore che piangono desolati la scomparsa del voto, strumento comodo e collaudato, con il quale fingere di far scuola era semplicissimo: un quattro o un dieci, in ogni caso, documentavano una valutazione, preceduta da un’interrogazione, preceduta a sua volta da una lezione; il numerino era la prova dell’esistenza della pedagogia e della didattica. Perfino i bambini saranno chiamati a testimoniare che la scuola senza voti è triste come il focolare senza mamma, o per lo meno come il brodo senza tortellini.

 Così, da un lato la sacrosanta deplorazione della violenza insensata si rovescerà in rimpianto dei vecchi tempi, di prima del Sessantotto, quando la scuola e tutto ciò che conteneva – presidi, bidelli, programmi , metodi –  era “sacro e inviolabile”. Dall’altro lato, le giuste critiche alle bizzarrie della scheda Malfatti apriranno la strada alla nostalgia per la scuola del libro Cuore. E a questo punto, l’appello per il ritorno alla serietà, all’ordine, alla disciplina, alla tradizione, alle buone vecchie abitudini, risuonerà irresistibile come le trombe del “Dies irae”.

 In altre parole, il modo come gli avvenimenti scolastici giungono alla luce delle cronache giornalistiche e i commenti che suscitano spesso da parte di illustri scrittori facilitano il lavoro a chi per la scuola chiede nient’altro che la Restaurazione; mentre non bisognerebbe mai stancarsi di chiarire che la scuola è nel caos non perché ci siano state in essa troppe innovazioni rivoluzionarie, ma al contrario perché essa è rimasta vecchia, e da vecchia è diventata decrepita, e da decrepita sta diventando marcia. Cosa c’è da “restaurare”? Niente di niente. C’è invece, nella scuola dell’obbligo, da andare avanti con minore timidezza, togliendo l’iniziativa delle riforme dalle mani di un ministro confusionario. E c’è, nella scuola secondaria, da cambiare ogni cosa, dalle fondamenta. I cadaveri vanno seppelliti, non rivivono a imbellettarli.

 Una scuola seria può predicare la serietà dello studio. Ma i nostri licei, istituti magistrali, istituti tecnici e professionali non sono “scuole serie”, generalmente parlando. Vi si studiano tante cose che servivano una volta e oggi non servono più, mentre non vi si studiano altre cose che invece servirebbero. Vi si lavora senza nessun contatto con il mondo della produzione, con la società, con la cultura contemporanea. Se ne esce per andare a ingrossare gli elenchi dei disoccupati o le file del lavoro nero. Che cosa c’è di serio in tutto questo?

 Se poi si osserva che certe forme di contestazione – le prepotenze degli “autonomi”, la loro intolleranza, le loro richieste provocatorie – non fanno che peggiorare la situazione e accelerare lo sfascio, si può rispondere che questo è assolutamente vero, ma in una certa misura è inevitabile. Gli “autonomi” fanno parte dello sfascio. Non ne sono la causa, o l’effetto: ne sono un elemento tra gli altri. E non si battono le loro posizioni se non si mette mano alla riforma, se non si crea un terreno nuovo, su cui si costruisce finalmente una scuola seria, che sia la scuola degli anni Ottanta, non la brutta copia di quella d’una volta, nella quale la minoranza degli italiani era seriamente preparata a sfruttare la maggioranza.

 Le intemperanze degli “autonomi” sono lo sfascio dal basso che risponde esattamente allo sfascio dall’alto. Sono pressioni che si danno la mano e si rafforzano, fornendosi a vicenda alibi e pretesti.

 Dire chi sia più pericoloso non è facile. In ogni caso lo pseudorivoluzionario del “sei garantito” è più ingenuo del reazionario che prepara la rivincita sul Sessantotto.

3 Comments

  1. Rodari era un grande. Ma anche i grandi sbagliano. Quando dice che la scuola deve preoccuparsi soprattutto di preparare al mondo del lavoro sembra contraddire se stesso, fare malamente il verso a Lorenzo Milani e anticipare le posizioni aziendalistiche della fondazione Agnelli. Forse mi sbaglio ma qui è davvero molto ideologico e poco artista e maestro come era altrove. Uno come lui sapeva bene che tanti grandi autori del passato sono più moderni e istruttivi di tanto pattume intellettualistico e giornalistico di oggi.

    1. carissimo grazie del commento, ma non sono per niente d’accordo e credo che l’ho ben detto in almeno quattro o cinque libri che se avrà la pazienza di leggere le diranno cosa penso

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