Il processo che ha cambiato il racconto del novecento

L’8 agosto del 1945 a Londra le principali potenze alleate siglano la nascita del Tribunale militare contro i crimini di guerra. Un tribunale nel quale, per la prima volta nella storia, siederanno sul banco degli imputati i responsabili ideologici e non soltanto materiali di una guerra, accusati di crimini contro l’umanità.

La prima e l’ultima volta. Non succederà più, infatti, fino al 2001, anno nel quale sarà messo sul banco degli imputati Slobodan Milošević in un processo che non arriverà a conclusione per la sua morte improvvisa.

L’istituzione del Tribunale militare ha un peso fondamentale sulla ricostruzione dell’Europa post bellica, non tanto per le sue conseguenze concrete, infatti molti criminali nazisti avranno splendide carriere nella Germania federale, quanto per la portata ideologica e simbolica che assumerà nel corso del tempo plasmando l’immaginario occidentale e diventando la pietra angolare su cui fondare ogni politica della memoria a venire.

Il paradigma giudiziario da questo momento influenzerà in modo determinante il racconto storico del novecento, e l’idea stessa di prova uscirà per sempre cambiata da quello che sarà ricordato come il processo di Norimberga.

Nei ghetti delle capitali europee circolano voci incontrollate

Se degli eventi del processo si riparlerà molto a novembre in coincidenza con l’anniversario, oggi vogliamo ricostruire per tappe la storia che l’ha preceduto, una storia meno nota, ma certo non meno importante.

Il 22 giugno del 1941 la Germania invade l’Unione Sovietica. Vengono inviate unità mobili speciali delle Ss, gli Einsatzgruppen, destinate allo sterminio degli ebrei di Ucraina, Bielorussia, Estonia, Lituania, Crimea e Caucaso. I massacri si succedono mano a mano che i reparti nazisti avanzano. Poiché non è facile uccidere tanti esseri umani faccia a faccia, i soldati crollano psicologicamente, i medici propongono di usare un sistema rapido e indolore che non li stressi troppo: i gas, già sperimentati nella campagna T4 per l’eliminazione delle cosiddette “vite inutili”.

Nei ghetti delle capitali europee circolano voci incontrollate. Le persone scompaiono, e non da adesso. Walter Benjamin, in una lettera di qualche anno precedente all’amico Gershom Sholem, scrive che in molti pensano siano esagerate, dettate solo dal panico. Ma, aggiunge, è più il terrore di quanto non si sa, di quello che viene detto.

Una rete di informazioni impazzite, casuali, ostacolate dalla censura, che pure attraversa i confini e corre attraverso lettere, articoli di giornale, proclami radiofonici, dispacci segreti, una rete che cresce si diffonde e raccoglie le testimonianze dell’indicibile. La guerra ai civili, lo sterminio di massa, infine l’annientamento degli ebrei d’Europa. Inizialmente molte di queste informazioni convergono a Londra: Władysław Sikorski, primo ministro del governo polacco in esilio, ha costituito un ufficio che le raccoglie.

I civili tra due fuochi

Ma sono in molti coloro che cominciano a costruire archivi, raccolgono testimonianze, diari, affidano alla parola scritta la propria esperienza perché sanno che non arriveranno a far sentire la propria voce. Anche perché i bombardamenti non danno tregua, in tutti i paesi occupati i civili vivono tra due fuochi, come ha scritto Tommaso Baris, due fuochi che non lasciano scampo.

Eppure gli effetti collaterali di un bombardamento sono previsti dalla guerra. Il massacro no. Esiste insomma un diritto condiviso, atroce, ma condiviso, che risale alla convenzione dell’Aja del 1907 e che si riassume nell’idea che non debbano esserci comportamenti infamanti per l’esercito.

Si dà alle stragi un nome: atrocities, e gli archivi privati vengono superati da una sistematicità istituzionale che indaga, registra, classifica, addirittura filma le tracce del passaggio dei nazisti al fine di usare il girato come prova in un eventuale processo da fare a guerra finita. Perché questo è chiaro a tutti, un processo si farà.

È molto più semplice minacciare piuttosto che agire, il processo si farà a guerra finita

Il 13 gennaio del 1942 nasce la conferenza interalleata per la punizione dei crimini di guerra: si parla per la prima volta in modo esteso di crimini contro l’umanità, della necessità di perseguirli, si parla di caccia ai responsabili fino a quando tutti, senza importanza dell’ordine o del grado nella scala gerarchica saranno individuati.

Non è accaduto così alla fine della prima guerra mondiale, non ci sono stati processi ai responsabili dei crimini contro i civili, anche se le sanzioni economiche, le riparazioni, inflitte alla Germania sono da considerarsi un forma di condanna non solo materiale ma anche morale. E anche se il trattato di Versailles di fatto avesse previsto di processare Guglielmo II, il responsabile dell’invasione del Belgio, salvato dai sovrani olandesi, fermi nel non voler processare una testa coronata nell’Europa attraversata dal bolscevismo.

Dunque l’idea è ispirata dal trattato di Versailles. Manca però un quadro giuridico entro il quale istituire il processo

Politica di sterminio

Ma, come ha scritto la storica francese Annette Wieviorka, è molto più semplice per il momento minacciare piuttosto che agire, il processo si farà a guerra finita. Intanto i crimini aumentano e il 17 dicembre del 1942 una dichiarazione pubblicata simultaneamente a Londra, a Mosca e a Washington fa riferimento per la prima volta alla “questione ebraica”: si parla di politica di sterminio.

Nell’ottobre del 1943 nasce a Londra la commissione per i crimini di guerra delle Nazioni unite (Unwccqui gli archivi). Nazioni unite, una nuova espressione, nata nel dicembre del 1941.

La sua funzione è minata dall’incertezza dell’esito della guerra, dalla difficile posizione dell’Urss e dalla mancanza totale di fondi: diventa così presto un collettore di informazioni. In mancanza di risorse materiali ci si concentra sulle questioni di principio. Due le principali: la guerra di aggressione può essere considerata un crimine in sé? I crimini di un governo contro i propri concittadini possono essere essi stessi considerati crimini contro l’umanità e in quanto tali essere soggetti a un procedimento di giustizia internazionale?

Non ci saranno risposte definitive e fino all’estate del 1945 i giuristi e i governi in esilio lavoreranno a definire questi importanti aspetti. Tuttavia, parallelamente, il 30 ottobre del 1943 a Mosca viene stabilito che i criminali che hanno agito in diversi luoghi saranno processati da un tribunale internazionale mentre chi ha agito solo in un luogo sarà processato dal paese in cui è avvenuto il crimine.

È necessario dimostrare agli americani che il conflitto ha avuto un senso profondo, quello della battaglia del bene contro il male assoluto

Questa decisione avrà importanti ricadute in Italia dove, a guerra finita, soltanto 13 processi arriveranno a conclusione, mentre centinaia di fascicoli relativi ad altrettante stragi saranno murati per decenni, fino a riapparire come per incanto nei sotterranei di Palazzo Cesi nel 1994, chiusi in quello che sarà ricordato come l’armadio della vergogna.

Del resto nella dichiarazione di Mosca c’è una parte che riguarda l’Italia che ha appena firmato l’armistizio, l’8 settembre, nella quale si legge: “Inghilterra, Stati Uniti e Unione Sovietica sono d’accordo sulla politica da tenere nei confronti dell’Italia, che si basa sul principio fondamentale che il fascismo e le sue cattive influenze (evil influence) saranno completamente spazzati via” al fine di consentire una transizione alla democrazia. Una democrazia nella quale non ci sarà spazio per alcuna resa dei conti, o meglio, giustizia. Le stragi del 1944, da Civitella val di Chiana, a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema, non sono una priorità.

La morte di Mussolini

Nella primavera del 1945 il presidente statunitense Henry Truman è appena stato nominato. Franklin Delano Roosevelt è morto il 12 aprile, gli Stati Uniti sono in guerra dal 1941, i morti americani sono quattrocentomila circa, niente in confronto ai sei milioni della Polonia, ai ventitré milioni dell’Unione Sovietica. Troppi, se messi in relazione alla diffidenza dell’opinione pubblica nei confronti di un’altra guerra combattuta oltreoceano. È necessario dimostrare agli americani, in primo luogo, che il conflitto bellico ha avuto un senso profondo, il senso della battaglia del bene contro il male assoluto, anche per questo il processo va fatto.

Lo vogliono soprattutto gli americani, mentre gli inglesi sperano che in qualche modo i gerarchi nazisti ci pensino da soli a eliminarsi, magari suicidandosi. La fine di Hitler e Goebbels fa bene sperare. E una volta ucciso anche Mussolini il fronte per il processo subisce una nuova spaccatura. Ma poi, alla fine, la posizione americana finisce per prevalere. L’incarico di istituire il processo viene affidato al procuratore generale Robert H. Jackson. È il 2 maggio del 1945.

Hermann Goering in tribunale, l’8 marzo 1946.  - Harvard law school library

Hermann Goering in tribunale, l’8 marzo 1946. (Harvard law school library)

A lui dobbiamo l’impianto giuridico del processo, soprattutto per quanto riguarda la distinzione fra guerra di aggressione – criminale – e intervento statunitense – legittimo e difensivo. Ci si domanda se quello nazista può essere definito unitariamente un complotto o non è invece una serie di crimini isolati da trattare singolarmente. E dunque: deve essere fatto un solo processo o tanti processi? E chi processare? Il lavoro preparatorio è enorme, i faldoni, gli archivi, costruiti immensi, le biografie dei responsabili di ogni settore della vita pubblica, della macchina statale vengono classificati. Si parte dai major, i grandi accusati.

Herman Goering, innanzitutto, e poi Rudolf Hess, Joachim von Ribbentropp, Robert Ley, Wilhelm Keitel, Julius Streicher, Ernst Kaltenbrunner, Alfred Rosenberg, Hans Frank, Wilhelm Frick.

Altri nomi saranno aggiunti, soprattutto per volontà inglese. Fra questi spicca quello di Albert Speer, architetto del Reich, ministro degli armamenti.

Un problema in sospeso

Ma con l’arrivo della delegazione francese e di quella sovietica a fine giugno le cose si complicano: entrambi, infatti, contestano l’idea di impostare il processo sull’accusa di crimini contro la pace e complotto e non su quella di crimini di guerra. È nella conferenza di Potsdam che Stalin capitola e accetta le posizioni americane, è evidente, in questo momento la posta in gioco è un’altra, sono gli equilibri geopolitici del dopoguerra e già i massacri appaiono qualcosa da mettere da parte: è il 2 agosto 1945.

Resta ancora un problema in sospeso però, il Giappone.

Così, mentre a Londra il governo del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, il governo degli Stati Uniti d’America, Il governo provvisorio della repubblica francese e il governo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche discutono di diritti umani, crimini di guerra, in quei primi giorni di agosto del 1945, mentre le basi di una nuova legge internazionale che dice “mai più orrori” vengono affermate, a Hiroshima il 6 agosto del 1945 viene sganciata la bomba atomica.

L’eccidio “necessario”, al quale ne seguirà un altro a Nagasaki solo due giorni dopo, il 9 agosto: il giorno prima, l’8, si erano conclusi i colloqui, cominciati fin dal 1942, fra nove stati sulla giustizia con la firma per l’istituzione del tribunale militare internazionale.

Queste sono le premesse al processo di Norimberga che comincerà, all’insegna di un nuovo incubo, quello atomico, tre mesi dopo: il 20 novembre del 1945.

Nella città tedesca, già scenario dei trionfi hitleriani immortalati da Leni Riefensthal, sarà fondata una nuova epica, che in molti vorrebbero ricordare soltanto come quella dei vincitori che giudicano i vinti, ma che invece fu anche quella delle vittime che puntano l’indice contro i propri carnefici. Anche questo, prima, non era mai successo.

Articolo uscito su Internazionale il 8  agosto 2015  (qui)

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