Storici e storia #1 Marc Bloch

“La professione da me scelta è di solito considerata fra le meno avventurose. Ma la mia sorte – in ciò comune a quella di quasi tutta la mia generazione – mi ha gettato per due volte, a ventun anni di intervallo, fuori da queste strade pacifiche”.
Marc Bloch, L’étrange défaite, 1940

Marc Bloch ha 28 anni quando parte, come ufficiale di fanteria, per la prima guerra mondiale. Insegna, in quel 1914, in un liceo a Amiens. Fortunati i suoi studenti, fortunati e ignari di avere di fronte una delle menti più luminose della sua generazione; confusi, forse, per quei suoi scivolamenti e salti nello spiegare, salti che confondono chi è abituato a pensare la storia come un ordinato succedersi di eventi, il metodo storico come l’arte di ordinarli.
Insegna loro una materia particolare, l’igiene dell’intelligenza, il pensiero critico, da esercitare soprattutto di fronte alle testimonianze, proprie e altrui. Esercizio particolarmente utile per gli storici ma anche per chi, fra i suoi studenti, siederà nei banchi di una giuria, o eserciterà il difficile mestiere del magistrato.
Non sono soltanto il risultato degli anni trascorsi all’École Normale di Parigi, o il confronto con maestri come Bergson, Durkeim, Foustel de Coulanges, che lo inducono a rivedere il rapporto dello storico con le testimonianze: è anche, e soprattutto, l’esito di un percorso autobiografico che nasce dall’aver assistito, ragazzo, alle discussioni familiari intorno all’affaire Dreyfus.
L’ingiusta condanna del militare alsaziano di religione ebraica spinge Bloch a ragionare sul suo mestiere, e sulle sue aporie, messe in evidenza da chi contesta, della storia, la possibilità di raccontare ciò che è “veramente” stato. Lo storico non vede, non conosce, non sa. Ascolta, indaga, interroga, si affida ad altri occhi di cui non conosce, fino in fondo, la capacità di vedere. Come può non sbagliare?
Lo storico non vede, non conosce, non sa. Ascolta, indaga, interroga, si affida ad altri occhi di cui non conosce, fino in fondo, la capacità di vedere. Come può non sbagliare?La guerra lo pone di nuove di fronte a questi dubbi; il suo sguardo sul campo di battaglia è limitato, come ha scritto Maurice Aymard: «Il sergente Marc Bloch si ritrova così durante la battaglia della Marna nella stessa situazione di Fabrice del Dongo a Waterloo, nella Certosa di Parma: non sa niente né delle dimensioni della battaglia, né della realtà della vittoria, al di fuori dei comunicati ufficiali. […] Questa limitazione, che potrebbe costituire una debolezza fondamentale, diventa per Marc Bloch lo strumento con cui dar forza alla propria testimonianza, la quale vale proprio in quanto l’autore ha accettato di non dire niente che egli non abbia personalmente visto e vissuto (e saputo reinterpretare con gli strumenti a sua disposizione): la realtà della guerra, la pioggia, il vento, il freddo, il fango, la stanchezza fisica, i piccoli piaceri della vita del soldato, i rumori del bosco durante la notte, la morte vissuta nel quotidiano, il nemico presente a qualche decina di metri, la paura e il coraggio».
Da questa esperienza autobiografica nasce così una delle più importanti rivoluzioni culturali del XX secolo: quella storiografica delle Annales. Negli scritti raccolti dopo la grande guerra, in nuce, i temi che diventeranno un’importante punto di partenza metodologico, sviluppato e portato alla sua più raffinata elaborazione, oltre che nelle sue ricerche, nell’Apologia della storia – testo pubblicato dopo la sua morte, grazie all’impegno di Lucien Febvre, che ricuce pezzo per pezzo gli appunti dell’amico morto ammazzato dalla Repubblica di Vichy perché partigiano e ebreo.
Ma nell’estate del 1914 ancora la morte è lontana. Bloch si rivolge ai suoi studenti, e si rivolge i suoi colleghi, stretti nella morsa in cui li ha gettati la polemica positivistica di fine secolo, messi all’angolo dalle scienze sociali che li vuole poco più che stolidi contabili assillati dai grandi uomini e dalle cronologie. Accusati di togliere poesia all’epica, di non saper guardare la molteplicità, di affidarsi appunto a una presunta autorità dei documenti.
«Miei cari amici – dice Bloch[1]come sapete, sono professore di storia. Il passato costituisce la materia del mio insegnamento. Io vi narro battaglie cui non ho assistito, vi descrivo monumenti scomparsi ben prima della mia nascita, vi parlo di uomini che non ho mai visto. La situazione in cui mi trovo è quella di tutti gli storici. Noi non abbiamo una conoscenza immediata e personale degli avvenimenti di un tempo, paragonabile a quella che il vostro professore di fisica ha, per esempio, dell’elettricità. Non sappiamo nulla, su di essi, se non per i racconti degli uomini che li videro compiersi. Quando questi racconti ci mancano, la nostra ignoranza è totale e senza rimedio. Tutti noi storici, i più grandi come i più piccoli, rassomigliamo a un povero fisico cieco e impotente che non fosse informato sui suoi esperimenti altro che dai resoconti del suo aiuto laboratorio. Noi siamo dei giudici istruttori incaricati d’una vasta inchiesta sul passato. Come i nostri confratelli del Palazzo di Giustizia, raccogliamo testimonianze con l’aiuto delle quali cerchiamo di ricostruire la realtà».

E aggiunge: «L’arte di discernere nei racconti il vero, il falso e il verosimile si chiama critica storica. Essa ha le sue regole, che è bene conoscere, spero di mostrarvelo. Ecco le principali».

1. Prima di parlare, chiedetevi se potreste citare le vostre fonti. Finirà che non aprirete bocca.
«Citare i propri testimoni, o, come qualche volta si dice “citare le proprie fonti” (l’espressione, che non è molto felice, è accettata) è il primo dovere dello storico. Solo dello storico? Vediamo. Un compagno vi riferisce che uno dei vostri amici ha commesso non so qual sciocchezza. Prima di credergli, pregatelo di citarvi le sue fonti. Talvolta scoprirete che non ne aveva altre se non la propria immaginazione. O se ne aveva non erano degne di fiducia. Oppure le aveva interpretate male. Rischiate a vostra volta di farvi eco di un pettegolezzo qualunque. Prima di parlare, chiedetevi se potreste citare le vostre fonti. Finirà che non aprirete bocca».

2. o della diffidenza come sistema.
«Immaginiamoci lo storico davanti ai documenti che ha racimolato e che citerà con diligenza. Guardiamolo lavorare. A meno che una lunga abitudine all’erudizione non ne abbia educato lo spirito sostituendo in lui una seconda natura all’istinto, il suo primo impulso sarà quello di accettare alla lettera e di riportare fedelmente  il racconto che i suoi testi gli forniscono. Il fatto è che, essendo un essere umano, egli è pigro per natura. “La maggior par­te degli uomini, piuttosto che ricercare la verità, che è loro indifferente, preferisce adottare le opinioni che vengono loro riferite già bell’e pronte”. Sono più di duemila anni che Tucidide ha proferito questo disincantato giudizio, che non ha smesso di essere vero. Occorre uno sforzo, per controllare. Non ce n’è bisogno, per credere».

3. Il teorema Trastulli o 2 per 2 non fa 4 e mezzo
«Talvolta, i documenti stessi costringono al dubbio e alla ricerca del vero. Ciò avviene quando si contraddicono. Il 23 febbraio 1848 la folla parigina manifestava in Boulevard des Capucines sotto le finestre di Guizot, che aveva lasciato il potere. Un reggimento di fanteria sbarrava la strada. Mentre gli ufficiali parlamentavano fu tirato un colpo, che diede inizio alla sparatoria; e a sua volta la sparatoria scatenò l’insurrezione per cui doveva sprofondare la monarchia di Luglio. Chi tirò il colpo? Alcuni testimoni dicono: un soldato. Altri, un manifestante. Non possono avere ragione entrambi. Ecco lo storico costretto a scegliere. […] Quando due informazioni si contraddicono, la cosa più certa, fino a prova contraria, è di supporre che almeno una delle due sia sbagliata. Se il vostro vicino di sinistra dice che due per due fa quattro, e il vostro vicino di destra che due per due fa cinque, non tirate la conclusione che due per due fa quattro e mezzo».

4. Quanto vale un testimone?
«Due diversi testimoni offrono la stessa versione d’uno stesso avvenimento. Lo studioso alle prime armi si rallegra per una concordanza così felice. Lo storico sperimentato diffida e si chiede se per caso uno dei due testimoni non abbia semplicemente copiato l’altro […]. Per impedire a due accusati di accordarsi, il giudice li rinchiude in celle differenti. Meno fortunato di lui, lo storico non sarebbe in grado di prevenire comunicazioni che si accontenta di rintracciare. Come ci riesce? È quello che vedremo».

5. Radici di un paradigma indiziario o del distinguere il vero dal falso
«Non c’è che un modo di dire: “è mezzogiorno”. Ma ci sono maniere differenti di raccontare la battaglia di Waterloo. Se due relazioni della battaglia di Waterloo si ripetono parola per parola, o anche solo si rassomigliano da vicino, arriveremo alla conclusione che una delle due è stata la fonte dell’altra. Come distinguere la copia dall’originale? I falsari sono traditi dalla loro goffaggine. Se non capiscono l’originale, i loro fraintendimenti li scoprono. Allorché cercano di camuffare le loro imitazioni, la rozzezza dei loro trucchi li perde. Come quel candidato che copiava a rovescio le frasi che leggeva sul compito del suo vicino, cambiando il soggetto in attributo e l’attivo in passivo. È sufficiente il suo stile per farlo scoprire».

6. Vedere per credere
«La critica storica non ha a che fare con ragioni aritmetiche. Dieci persone mi assicurano che al Polo Nord il mare è libero dai ghiacci, l’ammiraglio Peary, che è gelato senza interruzione. Presterei fiducia a Peary, e gli crederei anche se i suoi avversari fossero cento o mille; perché lui solo fra tutti ha visto il Polo. Un vecchio assioma latino dice “Non numerantur, sed ponderantur”. Le testimonianze si pesano, non si contano».

7. Il falso genera il falso
«Amore del guadagno o della gloria, odi o amicizie, o semplicemente il desiderio di far parlare di sé: è facile immaginare le diverse passioni che hanno spinto gli uomini a inventare storie mendaci o a fabbricare ogni specie di documenti. Alcuni falsari, per la loro abilità o la loro pazienza, si sono attirati l’ammirazione degli eruditi. I bugiardi ingegnosi come Marbot sanno dare a racconti in cui non c’è nulla di vero, mediante l’apparente precisione dei dettagli, un’aria di autenticità. Il lettore esclama: «Non si inventano cose così» e tranquillizzato da quest’assurdo aforisma supera ogni diffidenza. […] Se cercate la ragione di una falsificazione, la troverete sovente in una precedente menzogna. Capita che uno inganni una seconda volta, per evitare di ammettere un primo inganno. Vrain Lucas fabbricò un giorno una lettera in cui Galileo, scrivendo a Pascal, si lamentava della sua vista che s’andava continuamente indebolendo. Qualcuno si stupì. Documenti sicurissimi non provavano forse che Galileo era diventato del tutto cieco alcuni anni prima della nascita di Pascal? Credete che Vrain Lucas si confondesse per così poco? Si mise a tavolino, o meglio al suo banco di lavoro, e qualche giorno dopo produsse un nuovo autografo da cui veniva fuori che Galileo, perseguitato, si era fatto passare per cieco senza esserlo. Il falso genera il falso».

8. L’invenzione della testimonianza
«I falsi sono forse più facili da svelare delle inesattezze, perché le loro cause sono più evidenti e più generalmente conosciute. La maggior parte degli uomini non si accorgono quanto siano rare le testimonianze rigorosamente esatte in tutte le loro parti. Due sono i tipi di carenze che bisogna temere: quelle del ricordo e quelle dell’attenzione. La nostra memoria è uno strumento fragile e imperfetto. È uno specchio segnato da macchie opache, uno specchio diseguale che deforma le immagini che riflette. Per ciascun testimone occorrerebbe – il giudice può sforzarvisi – determinare non solo il valore, ma anche la particolare forma della sua memoria. Chi è capace di descrivere senza errori un paesaggio o un monumento che ha visto due o tre volte non è in grado di citare correttamente un numero. Per lo storico come per il magistrato non v’è nulla di più importante delle date. Ahimè! sono poche le cose che i comuni mortali ricordano peggio. […] Chiedete a qualcuno di vostra conoscenza che possiede un orologio da uomo, come e fatta sul suo orologio la cifra 6: se è in caratteri arabi, o romani, se la punta del V è girata verso l’alto o verso il basso, se il cerchietto del 6 è aperto o chiuso, ecc., spesso la persona interrogata vi risponderà con precisione, e senza esitare. Ora sulla maggioranza degli orologi da uomo il 6 non c’è, poiché il suo posto è occupato dal quadrante dei secondi. Leggiamo il numero che non c’è, senza notare la sua assenza. Prima di accogliere una testimonianza, cerchiamo di determinare quali sono i fatti che hanno dovuto attirare l’attenzione del testimone e quelli invece che gli sono potuti sfuggire. Un medico presta le sue cure a un ferito. Gli faccio delle domande sia sulla ferita ch’egli esamina ogni giorno, sia sulla camera del malato che vede anch’essa quotidianamente, ma sulla quale non getta certo che sguardi distratti. Io gli crederei sul primo punto più che sul secondo».

9. La fine della poesia
«È stato detto un gran male della critica storica. La si è accusata di distruggere la poesia del passato. Gli studiosi sono stati trattati come spiriti aridi e piatti, e li si e accusati di mancare di rispetto alla memoria degli uomini antichi, poiché non accettavano a occhi chiusi storie che delle generazioni si sono passate da un’età all’altra. Se lo spirito critico ha tanti detrattori, e senza dubbio perché è più facile biasimarlo o schernirlo, piuttosto che seguirne i duri comandamenti. […] E poi – dirò qui fino in fondo il mio pensiero – se è vero che la critica ha qualche volta fatto svanire certi miraggi che erano seducenti, dopo tutto, tanto peggio! Lo spirito critico è la pulizia dell’intelligenza. Il primo dovere è lavarsi».

10. Esercizi di libertà
«Forse alcuni di voi si troveranno rivestiti, in futuro, dei temibili poteri del giudice istruttore. Altri saranno chiamati, dalla nostra legge democratica, alle funzioni di giurato. E anche quelli che non pronunceranno mai, in nessun palazzo di giustizia, né alcuna sentenza né alcun verdetto, dovranno e devono già, a ogni momento, nella vita di tutti i giorni, raccogliere, confrontare, pesare delle testimonianze. Ricordatevi, allora, dei principi del metodo critico. Contro lo spirito di maldicenza saranno per voi l’arma più potente. Contro lo spirito di sfiducia anche. Il disgraziato che dubita di continuo di tutto e di tutti non è di solito altro che un credulone troppo spesso ingannato. L’uomo accorto, che sa la scarsità delle testimonianze esatte, è meno pronto dell’ignorante nell’accusare di falsità l’amico che si inganna. E il giorno in cui in società dovrete partecipare a qualche grande dibattito, che si tratti di sottoporre a nuovo esame una causa giudicata troppo in fretta, di votare per un uomo o per un’idea, non dimenticate mai il metodo critico. E una delle vie che conducono nella direzione del vero».

I testi citati sono tratti da:
Marc Bloch,  Storici e storia, Einaudi, Torino 1997
Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Donzelli, Roma 1994

[1] [Opuscolo pubblicato dal liceo D’Amiens, con la seguente presentazione: «Distribu­zione solenne dei Premi, anno scolastico 1913-1914. Il 13 luglio 1914, la distribuzione dei premi agli alunni del liceo D’Amiens è stata fatta solennemente nella Sala delle Feste, sot­to la presidenza di Moullé, prefetto de La Somme, assistito da Izenic, ispettore d’Accade­mia e da Didier, preside del liceo. Essendo stata aperta la seduta alle io, Bloch, professo­re di storia, ha pronunciato il seguente discorso: […]”].
Testo digitale tratto da M. Bloch, Storici e storia, Einaudi, Torino 1997, pp. 11-20.

 

Questo articolo è stato scritto per La Ricerca il 14 agosto 2015

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