
Dire «credo» in prima persona è un atto molto vicino
alla pratica che il femminismo storico italiano
chiama «il partire da sé». Il partire da sé è il tentativo
di pensare le cose – in questo caso Dio – in
base non a una rappresentazione, ma a un rapporto
vissuto personalmente e reso esplicito. Il partire
da sé risponde alla domanda: «Dove sono io rispetto
a ciò di cui sto parlando, che cosa desidero
davvero, che cosa m’interessa di questa faccenda?».
MICHELA MURGIA, God save the queer
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«Consider for a moment Ovid’s story of Pygmalion». Considerate un momento la storia di Pigmalione così come ce la racconta Ovidio. Così inizia il saggio The Blank Page di Susan Gubar, scrittrice e professoressa emerita di Letteratura inglese all’Università dell’Indiana.1 Un saggio che ho scoperto grazie alla lettura di Tu che mi guardi, tu che mi racconti di Adriana Cavarero, una ricerca sul valore performativo delle storie che raccontiamo e che ci raccontano.
Secondo Gubar, la fanciulla creata da Pigmalione pone in modo archetipico il tema della relazione fra creazione e creato. La storia è nota: Pigmalione si disgusta a vedere il comportamento di alcune donne di Cipro, dette le Propetidi, che, colpevoli di aver negato la natura divina di Afrodite, vengono trasformate in pietre. La loro vita deplorevole, i loro vizi, lo portano a vivere a lungo celibe, senza neppure una compagna di letto. Nel frattempo, racconta Ovidio, al quale dobbiamo la versione più diffusa del mito, Pigmalione inizia a scolpire «con arte mirabile il candido avorio» e gli dà una forma talmente perfetta da essere inarrivabile per qualsiasi donna in carne e ossa. Finisce così per innamorarsi della sua stessa creazione:
si crederebbe che sia viva e voglia muoversi, salvo il pudore;
a tal punto l’arte nasconde l’arte. La guarda e si consuma
d’amore per il corpo finto. Spesso avvicina le mani per
tastare se sia carne o avorio, e neanche allora si persuade che
è avorio. La bacia e crede di essere a sua volta baciato, le parla,
la tocca e crede che le sue dita s’imprimano sulle membra,
teme che restino lividi. Ora usa blandizie, ora i regali che piacciono
alle ragazze, conchiglie e pietruzze lisce, uccellini e fiori
di mille colori, gigli, palline colorate e le lacrime delle Eliadi
cadute dall’albero; veste la statua, le mette anelli alle dita,
lunghi monili al collo, perle alle orecchie e pendenti sul petto:
tutto le sta bene, ma nuda non è meno bella. La mette in un
letto coperto di porpora, la chiama sua compagna, le adagia
il capo sulle morbide piume, come potesse sentirle.
Afrodite, commossa da tanto amore (chiamiamolo così), trasforma la fanciulla di pietra in una donna in carne e ossa e… il resto si può immaginare. La nostra cultura è intrisa di miti come questo, nei quali il femminile è visto come incapace di elevazione spirituale, «piedi e occhi a terra», come la servetta della Tracia evocata da Platone nel dialogo Teeteto, servetta che prende in giro Talete, caduto in un pozzo mentre era intento a guardare il cielo. Le donne, sembra dirci il mito, non sono in grado di elevarsi intellettualmente e spiritualmente e, sebbene anche le loro virtù pratiche siano utili, queste non possono mai essere anche belle. Chi crea è sempre il soggetto maschile che pretende di essere neutro, poiché esiste una continuità fra «pene e penna», come scrive Gubar. Se la donna è una pagina bianca su cui scrivere, la pagina bianca non è uno spazio per la donna. Per questo il lavoro creativo è stato visto poco adatto al genere femminile. Il «genio femminile», per citare un’espressione usata da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem, all’origine di una nuova riscoperta delle «essenziali funzioni delle donne», è un genio domestico, addomesticato. Domestico per necessità (vi ricordate la storia di Judith, la sorella di Shakespeare immaginata da Virginia Woolf?), addomesticato per scelta di altri (anche se di gran moda negli ultimi anni sono le donne casalinghe per scelta). Per secoli sono stati gli uomini a decidere cosa dovessero leggere le donne, cosa dovessero studiare, sono stati gli uomini a stabilire il canone, a inventare la tradizione, a usarla per imporre modelli affettivi e culturali per cui, anche recentemente, è stato sostenuto, in seguito all’ennesimo assassinio di una giovane donna, che per educare all’affettività abbiamo tanti buoni esempi nella letteratura che studiamo a scuola.
Come se con i testi noi non ereditassimo anche l’interpretazione, lo sguardo dei critici (questi sì, quasi esclusivamente maschi). Come se davvero Francesca da Rimini non possa che essere, nei commenti scolastici e non solo, una Madame Bovary intenta a leggere romanzi d’amore, una femme fatale vittima neanche troppo incolpevole di un femminicidio e non, come l’autore l’ha disegnata, una grande intellettuale del suo tempo, tanto colta da riconoscere Virgilio, di cui cita l’opera, e capace di tenere uno dei discorsi retoricamente più elevati di tutta la finzione narrativa della Commedia (e si sa che quando Dante vuol far sembrare un personaggio un imbecille o un ignorante, non si fa tante remore). La prima interlocutrice del personaggio Dante è una donna, ed è una donna il motore stesso della storia, Beatrice, anch’essa vittima di un processo di sacralizzazione che ancora oggi nasconde una delle più straordinarie novità dell’opera dantesca, che la teologa femminista Prudence Allen nel suo monumentale The Concept of Woman ha individuato proprio nel ruolo trasformativo attribuito al dialogo intergenere fra uomo e donna. Tutto accade, nella Commedia, così come in altre opere di quella tradizione letteraria che viene somministrata quotidianamente a scuola, attraverso i corpi e i discorsi di «donne di carta», che tuttavia attraverso la stratificazione di secoli di letture finiscono per proiettare un «concetto di donna» assai più scialbo e insipido di quello che i testi stessi ci mettono sotto gli occhi.
Ma evidentemente è più facile, oggi – da quando la cultura borghese ha iniziato a depurare e rileggere una tradizione medievale assai più aperta al femminile di quanto si possa immaginare –, rappresentarsi Francesca in una stanza del castello mentre fa la civetta con il cognato al posto di pensarla come una donna che studia il latino, rilegge l’Eneide o spiega la teoria dell’amore a due maschi intenti ad ascoltarla.
Perché lo spazio delle donne è la casa. Lo sa bene Boccaccio, che dedica il suo Decameron alle donne che sanno leggere affinché possano, nell’intimità delle loro case, visto che non possono uscire da sole, né tantomeno viaggiare, giostrare, cacciare o pescare (sono questi i rimedi, inaccessibili all’altro genere, di cui dispongono i maschi per curare l’ossessione amorosa), sperimentare la ricchezza e la varietà dell’esperienza umana. Nella solitudine di uno spazio privato.
Solo da questo spazio la donna sarà autorizzata a leggere e scrivere per molto, moltissimo tempo, per piacere suo ma senza voler condividere con altri il suo sapere, senza pretese intellettuali insomma. Eppure, scrive Natascia Tonelli, sarà proprio una donna, Christine de Pizan (1364-1429 circa), ad avere il merito di riconoscere «a livello europeo la superiorità della Commedia rispetto al Roman de la Rose». Lo spazio delle donne è la casa, ma in casa non c’è spazio per una donna che voglia fare altro rispetto a quello che ci si aspetta da lei. Come scrive Daniela Brogi: «L’esigenza di uno spazio proprio, dove potersi sentire e poter contare come soggetti, è il contrario del bisogno di un angolo dove nascondersi».8 Una volta trovato questo angolo, tocca difenderlo con le unghie e con i denti dal maledetto «angelo del focolare», come racconta Virginia Woolf in un meraviglioso passo riportato da Brogi:
quando incominciai a scrivere – dice Woolf – me la trovai davanti alle prime parole. L’ombra delle sue ali cadeva sulla mia pagina; sentivo nella stanza il fruscio delle sue gonne. Non appena presi in mano la penna per recensire il romanzo di quell’uomo famoso, insomma, lei mi scivolò alle spalle sussurrandomi: «Mia cara, sei una ragazza giovane. Stai scrivendo di un libro che è stato scritto da un uomo. Sii comprensiva; sii tenera, lusinga, inganna, usa tutte le arti e le astuzie del nostro sesso. Non far mai capire che sai pensare con la tua testa. E soprattutto, sii pudica». […] Mi voltai e l’afferrai per la gola. Feci del mio meglio per ucciderla.
Mi piace ricordare una scrittrice e giornalista oggi poco nota, Luisella Fiumi, che nel 1978, ironizzando proprio su questo tema, scrive un articolo dal titolo Uno stanzino tutto per sé:
Pensando a voi e a tutti i vostri problemi mi viene in mente il mio rapporto con la famiglia […] Mio padre mi diceva: «La famiglia è sacra», tanto sacra che per non profanarla lui se ne stava quasi sempre fuori. Mia madre mi diceva: «Devi sposarti a tutti i costi. Il matrimonio è necessario perché
non c’è niente di più bello per una donna che rimanere vedova». Mio marito mi consiglia: «Perché non scrivi? Scrivi! Beata te che hai tutto il tempo che vuoi!». Ma quando mi metto a scrivere lui, le figlie, la donna di servizio, il portinaio, mia madre, mia sorella, gli amici di mia sorella, i miei amici mi interrompono: «Senti, un momentino… Tanto, non hai niente da fare». […] Il medico mi prescrive: «Basta con i tranquillanti. Cerchi piuttosto di distrarsi». […] Il guaio è che io con i divertimenti non mi diverto. L’unica cosa che mi piace è il Natale, perché spero che Gesù Bambino, pentito di avermi fatto credere per tanti anni che i regali li portano i genitori, torni a portarmeli lui: uno stanzino solo per me, un tavolo, una sedia, una lampada allegra, magari una finestra aperta per volare via.
2
Per forza di inerzia il XX secolo ha dovuto accogliere anche le donne nel mondo dell’arte, ma ancora stenta a dare loro una collocazione anche nel mondo degli intellettuali, a meno che queste donne non si occupino di temi che sono stati in qualche modo certificati dal sapere maschile (come nel caso di Hannah Arendt o Susan Sontag), nei modi che al sapere maschile sembrano più consoni. Come ha notato Adriana Cavarero, nelle antologie filosofiche italiane lei non appare mai come filosofa ma come «pensatrice femminista». In più di un’occasione mi è capitato di vedere definite «attiviste» donne impegnate a vario titolo intorno a temi quali la razza, il corpo, la sessualità, penso a Djarah Kan, una delle voci più interessanti che si sono levate in Italia negli ultimi dieci anni. In altri contesti, in Paesi meno provinciali del nostro, non avremmo remora a considerarla un’intellettuale. Qua no. La parola «intellettuale » evoca sigarette e testosterone e mi fa venire in mente un aneddoto raccontato da Rossana Rossanda non ricordo più dove: a un certo punto qualcuno disse che nel Comitato centrale del Partito comunista italiano serviva una donna. Lei fece sommessamente notare che, in quanto donna, lei c’era. Ma la risposta fu: tu sei un’intellettuale, non sei una donna.
Nel tentativo di fondare una tradizione e dare vita a una storia delle scrittrici italiane sono state inaugurate collane accademiche di ricerca e sono stati riproposti testi ormai scomparsi dagli scaffali delle librerie e dalla memoria: mi riferisco per esempio ad Alba de Céspedes, riscoperta negli ultimi anni grazie a numerose pubblicazioni, così come a Goliarda Sapienza. E poi comunque andare a cercare le donne nella produzione culturale del Novecento (o dei secoli precedenti) compiendo una sorta di scavo «di genere» non riproduce esattamente quello che si è sempre fatto: una storia degli intellettuali dove compaiono «anche» delle donne.
Inserire uno sguardo di genere nella storia «degli intellettuali» non significa proprio rovesciare la questione e interrogarsi sulla legittimità stessa della definizione classica del termine. Elsa Morante è stata un’intellettuale? In un’antologia della saggistica italiana inserireste mai il nome di Elena Ferrante?
Che cosa deve fare un «soggetto imprevisto», donna (ma anche persona trans, o ragazzina, penso a Greta Thunberg) per essere presa/o sul serio? Far finta di essere un uomo? Forse l’unica risposta ancora oggi è sì. Occuparsi come vogliono gli «uomini colti» di temi che loro stessi considerano seri. Il lavoro? Sì, ma solo in un’ottica strettamente marxista o liberista. I diritti? Solo se si dice chiaramente che ci interessano di più quelli dei lavoratori. Oppure che non ci interessano affatto, perché esistono solo gli individui e ognuno è libero di fare quello che vuole. Non starò qui a esplorare a fondo l’etimologia del vocabolo né a ripercorrere le vicende degli intellettuali italiani del Novecento; la bibliografia è vastissima. Mi limiterò a riportare una delle definizioni che dà, del vocabolo «intellettuale», il dizionario della lingua italiana De Mauro:
s.m. e f., spec. al pl., chi svolge anche professionalmente un’attività di tipo culturale e in virtù delle proprie capacità esercita un’influenza, un ruolo attivo all’interno di una società, di un gruppo e sim.: la classe degli intellettuali, i maggiori intellettuali del nostro tempo.
Chi svolge professionalmente un’attività di tipo culturale e in virtù delle proprie capacità esercita un’influenza, un ruolo attivo all’interno di una società.
Ovviamente dobbiamo leggere il dizionario De Mauro avendo presente che nel corso del Novecento è progressivamente scomparsa la figura dell’intellettuale il cui regno «non è di questo mondo». L’intellettuale novecentesco persegue finalità politiche e pratiche. Spesso è un tecnico che usa il suo sapere (la psichiatria, per esempio, ma anche la filosofia) per modificare lo sguardo di quella fetta di mondo che ha davanti a sé. Pure se uomo, anche questo intellettuale tecnico, come del resto l’intellettuale chierico, parla situandosi da qualche parte: ha la sua classe sociale, la sua educazione, il suo gruppo di intellettuali di riferimento. Pure lui ha l’angolo, la stanza, la casa, lo stanzino, il divano, sta da qualche parte, in qualche tempo; se stesse altrove sarebbe diverso. E pure è spesso convinto del contrario. Che i suoi strumenti di analisi sono neutri, oggettivi e quindi infallibili. La verità. Tuttavia, occorre che qualcuno glielo faccia notare, pure se crede di essere il depositario dell’unico vero punto di vista intellettuale, molto intorno a lui è cambiato e il suo punto di vista conta quanto il proverbiale due di picche, non perché ci sia l’asso vincente in tavola, ma perché il tavolo su cui giocare è finalmente un altro.
Un tavolo sul quale si possano sperimentare nuovi giochi. Dove la parola intellettuale significa altro e assomiglia un po’ più a Carla Lonzi e un po’ meno a Pier Paolo Pasolini.
Si tratta solo di modificare le coordinate entro cui si colloca il protagonista della storia — anzi, la protagonista — e l’immaginario che la circonda. Si tratta solo di non avere in mente un’unica storia, un’unica genealogia, un unico modo di pensare il lavoro culturale e di pensarsi. Possiamo farlo semplicemente mettendo un apostrofo là dove è così difficile trovarlo. È una tecnica rodariana: cambiando un segno cambia il senso e anche il destino di ogni personaggio della storia. Un intellettuale diventa un’intellettuale e crea uno spaesamento, uno straniamento, che nasce da un piccolo aneddoto personale.
Per qualche anno mi sono occupata di storia delle intellettuali, studiando le figure e le opere di Angela Zucconi e Romana Guarnieri. Anche se poco conosciute fra il grande pubblico dei lettori, Zucconi e Guarnieri hanno indicato sentieri di ricerca mai battuti in precedenza: la prima quello del lavoro sociale e di comunità, e la seconda quello delle mistiche. Entrambe non si sono mai definite intellettuali anche se, senza dubbio, lo sono state: Guarnieri ha influenzato con i suoi studi sulla pietà popolare e il misticismo femminile generazioni di studiose che la definiscono ancora oggi una maestra nell’ambito. Perché non un’intellettuale?
Proprio mentre stavo scrivendo un saggio su di loro mi sono accorta che il correttore automatico mi segnava come errore l’apostrofo se usato fra l’articolo indeterminativo «un» e la parola «intellettuale». Ma io volevo proprio l’apostrofo lì perché parlavo di una donna. Così avevo scritto, giocando, un post infuriato nel quale mi lamentavo del correttore automatico del programma di scrittura che non accetta un’intellettuale con l’apostrofo perché, è chiaro, l’intellettuale è sempre di genere maschile. Ne era seguita una discussione a tratti divertente. Qualcuno mi aveva spiegato che il fatto non sussiste perché il programma di scrittura, come gli esseri umani del resto, può essere educato, quindi perché prendersela? Ma davvero gli esseri umani possono essere educati ad accettare un’intellettuale donna quando i temi che pone non sono quelli che gli intellettuali per tradizione hanno posto?
3
L’estate scorsa è morta Michela Murgia. Il 10 agosto. E quell’apostrofo mi è tornato in mente quando ho iniziato a leggere i primi commenti intorno alla sua figura. Ma Murgia, si sono chiesti alcuni critici, giornalisti, semplici commentatori social, era stata un’intellettuale o un’influencer? Perché mica vorremo paragonare quello che ha fatto Michela Murgia a, che ne so, un Pasolini, sempre in prima linea a tirar fuori punti di vista rimossi, sempre a stare scomodo lui e far stare scomodi gli altri, sempre a dire la Verità.
Pier Paolo Pasolini, esempio da manuale preso nei suoi argomenti da manuale: la sua polemica contro il neocapitalismo italiano e il ruolo del Partito comunista, i capelloni, la famosa invettiva contro i ragazzi del Sessantotto borghesi e la difesa dei poliziotti proletari. Articoli che, meno male che non c’era Facebook quando li ha scritti, sennò posso solo immaginare i «finalmente qualcuno che gliela canta a questi comunisti, a questi capelloni». Ma affrontando questi temi dalle pagine di importanti periodici, davvero Pasolini si inoltrava in meandri inesplorati, rimossi dall’opinione pubblica con cui dialogava? O non faceva esattamente l’opposto, confermando quello che in molti pensavano, facendosi spazio nel mondo degli opinionisti grazie al grande pubblico di quelli che erano allora fra i giornali più letti?
La critica radicale al Partito comunista italiano apparteneva ormai, in termini sempre diversi eppure costanti, a tutti gli intellettuali italiani a partire dal 1956. Persino gli stessi comunisti indagavano da anni le contraddizioni alle quali il capitalismo obbligava il partito a conformarsi. La ribellione giovanile, il Sessantotto, letto come fenomeno piccolo borghese, non era certo tema estraneo alla sinistra e in ogni Casa del popolo si manifestava scarsa simpatia per i capelloni, fino a quando i capelloni non hanno abbracciato la mobilitazione operaia e non sono diventati, per un breve periodo, compagni di strada.
Pochi, pochissimi sono stati gli intellettuali fuori dalla militanza politica che hanno guardato con simpatia al movimento degli studenti: Elsa Morante e Gianni Rodari, per dirne due che conosco bene. Pasolini, sul «Corriere», attaccandoli ha detto cose che nessuno osava dire. La sua amica Elsa Morante, sul «Corriere della Sera», non ci scriveva, non andava in televisione. Morante aveva spesso rimproverato Pasolini per la sua ricerca di visibilità, di fama e di successo. Non perché un intellettuale non debba ricercarli, ma perché il suo giudizio sui mass media era senza appello, negativo.
Alcuni intellettuali questa visibilità l’hanno coltivata, altri l’hanno sempre rifuggita. Non era certo questo un criterio che li definiva intellettuali, insomma. Perché allora, quando a farlo, a cercare questa visibilità, era stata Michela Murgia, in molti glielo avevano rimproverato?
Credo che questo abbia a che vedere con il femminismo di Murgia, che «disgusta i nemici e offende gli amici», come ebbe a scrivere Nadia Fusini parlando del pamphlet contro la guerra Le tre ghinee, che Virginia Woolf pubblicò il 3 giugno 1938. Gli amici che pensavano di trattare le donne come eguali. «Pensavano, illusi, di essere immuni alla misoginia, mentre ne portavano i segni invisibili, incapaci com’erano di analizzare i costumi silenziosi, le tradizioni inarticolate della “grande tradizione”, del “grande passato”». Tutto qui.
Ci sono i testi di occasione, il lavoro che si fa per vivere, pagare l’affitto se non si hanno genitori che ci hanno comprato una casa. Un uomo o una donna ricchi o semplicemente benestanti accanto. L’uomo ricco sono io titola il libro che raccoglie alcune storie di donne raccontate in un podcast di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri. Se dovessi misurare con questo metro le cose che faccio io e molte delle persone che conosco, non avrei un secondo di dubbio a separare le varie tipologie di «scritti su richiesta» dal lavoro della studiosa, da quello della divulgatrice. Ho imparato a farlo da don Giuseppe De Luca, «prete studioso erudito» negli anni che dal fascismo arrivano al dopoguerra. Figura che non si sapeva bene dove collocare fino a quando la storica Luisa Mangoni ha scritto su di lui uno dei più importanti saggi di storia della cultura del Novecento italiano, dal quale la funzione di intellettuale di De Luca appare chiarissima. Malgrado l’immensa produzione di scritti su richiesta che non sono qualcosa di cui vergognarsi, bensì lavoro. E poi ci sono i temi di riflessione e studio che durano una vita o una buona parte di essa, che per De Luca sono stati quelli legati alla storia della pietà popolare, che prima di lui non esisteva come argomento di ricerca serio.
Se qualcuno alzerà il sopracciglio vedendo accostate le figure di De Luca e di Murgia, pazienza: a me il paragone serve per evidenziare le comuni «umili» origini, l’enorme quantità di scritti su richiesta, il parallelo lavoro di scavo su fede e pietà popolare.
Michela Murgia ha parlato di patriarcato, di famiglia, di tradizioni — le sue — lo ha fatto perché le interessava, perché la riguardava. Quando si era affacciata al mondo della scrittura, il femminismo degli anni Settanta era ben lontano e di voci che ricordassero quanto, invece, fosse necessario negoziarne l’eredità nel presente non ce n’erano poi molte. Da allora Murgia non aveva perso occasione per intervenire sulle cose che le stavano più a cuore. Mirella Serri ha scritto, pochi giorni dopo la sua morte: «Paradossalmente capiamo solo ora l’importanza della radicale sfida di Murgia, che è stata praticata non solo con gli scritti ma anche e soprattutto con il proprio corpo e con il proprio vissuto». Noi che la leggevamo, devo dire la verità, l’avevamo già capita.
(le note sono state tolte, per facilitare la lettura)
da La parola femminista. Una storia personale e politica (Mondadori, 2024)
